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02/12/13

Deep inside


Quante volte, in questi mesi, ti sei fermato nel giardino, dietro l'oleandro sotto la betulla, a spiare la mia finestra, amico mio?

Nera bocca spalancata su un urlo silenzioso, non c'era la tenda socchiusa apposta per permetterti di spiare, non c'era la danza tremula della candela accesa ad illuminare la mia pelle e non c'ero io, a spogliarmi per te, brandello dopo brandello, fino a lasciare nulla più che bianche ossa e tetre emozioni.

Lo so che sei venuto molte volte, lo so perché tu sei figlio della mia insania, e sei esattamente come io ti voglio, e io ti voglio così, presente nella mia esistenza, là fuori a spiarmi, osservarmi famelico, in attesa che strappi via ancora un altro pezzetto di carne per arrivare più a fondo, fino a portarti proprio sull'orlo del baratro.

Conosco la delusione che hai provato, nel vedere solo quel buio osceno, e la sofferenza di non trovarmi, perché è la stessa che provavo io a non esserci, ma del resto io sono così, sadicamente malata, ed è dolce sopportare il dolore se è condiviso con te, che sei la mia creatura, figlio, amico e amante.

...

"Noi non siamo brave persone, per questa ragione non riusciamo mai ad essere felici."

La meravigliosa creatura che mi disse questa frase, molti anni fa, ora lo è diventata, una brava persona, sempre che esserlo significhi avere un lavoro serio e ben retribuito, una compagna e dei figli da amare.

Io no, continuo a non essere una brava persona e continuo a non essere felice.

Ci sono momenti in cui mi sembra quasi di riuscirci, ad essere felice, ma sono istanti effimeri, durano il batter di ciglia e poi svaniscono.

Spesso ho bisogno di silenzio. E' necessario, per elaborare i pensieri. Così chiudo il mondo fuori dalla porta di casa e rimango sospesa in un limbo fatto di nulla, a ricostruirmi pezzo per pezzo, nel tentativo di trovare un nuovo ordine nel caos e riemergere diversa da ciò che sono.

E' inutile dire che non ci riesco mai, così ciclicamente torno a nascondermi nella nebbia, strattonata da troppe diverse volontà discordanti, sperando che esista un essere superiore in grado di scorgermi e strapparmi fuori da questo meccanismo incantato, che come un disco rotto continua a ripetersi all'infinito, senza possibilità di scampo.

"Tutto questo perché sei pazza furiosa, da internare e buttare la chiave." Dice Vocina, che è un po' un disco rotto pure lei, nella sua monotonia di argomentazioni ripetitive.

Forse, però, questo è solo un alibi per mascherare la verità più scomoda in assoluto, che è tutto semplicemente egoismo ed incapacità di volere bene, per cui si usano le persone fino a quando sono capaci di fornire un minimo di svago, poi si lasciano alle proprie spalle, come giocattoli vecchi.

Ma se è solo egoismo, allora per quale dannatissima ragione la mia mano non riesce ad afferrare alcun appiglio ed io precipito in una voragine che mi trascina via dal mondo, e da te?

Annego


Deep inside me


27/11/13

Non è semplice


"Sarebbe tutto molto più semplice, se ammettessi quello che vuoi."

La sommamente rompipalle Vocina torna alla carica, come al solito, approfittando di un mio momento di disattenzione.

"Lo farei anche, se solo sapessi cosa voglio realmente."

Le rispondo, sfinita per le sue continue insinuazioni.

"Ma tu sai perfettamente cosa vuoi, è che sei troppo vigliacca per ammetterlo."

"E smettila di rompere, se dice che non lo sa non lo sa." Dalla gabbia in cui la tengo rinchiusa Sophia, o, come preferisce lei, Psiche, ribatte rabbiosa, perennemente arrabbiata con il mondo intero.

"Ha ragione la bestiolina nella gabbietta. Sei solo una pedante, bigotta rompicoglioni." Rincara la dose Orea, incapace di tenere la bocca chiusa almeno una volta, costantemente provocatoria.

"Se davvero ti piace tanto, la piccola, adesso apro la gabbia, così potete fraternizzare meglio."

Provo ad urlare un "no", ma la voce è soffocata dallo sbigottimento che mi ha assalita a vedere le coinquiline del mio condominio cerebrale litigare fra loro come teppistelli, e non faccio a tempo a fermare Vocina che, rapida, apre il chiavistello che assicura la porta della gabbia in cui tengo rinchiusa la parte più rabbiosa delle tante me.

Immediatamente, accompagnandosi con un grido famelico, Sophia (o Psiche, come preferisce lei) si avventa su Orea gridando:

"Chi è che sarebbe una bestiolina?"

Norma, dal canto suo, non è capace di tenersi fuori dalla mischia, e improvvisamente il condominio si tramuta in una rissa da stadio, groviglio di arti, capelli, unghie e denti che non lesinano colpi bassi.

In un angolino, ben nascosta, c'è l'altra me, quella più fragile e delicata, che si nasconde. Non ha il coraggio di parlare, né di intromettersi nella mischia, semplicemente trema, nell'ombra, pregando che nessuna delle sue sorelle si accorga della sua presenza.

Le lascio litigare e me ne vado a dormire, che facciano quel che vogliono, io non voglio altro che silenzio.



Lui è davanti a me.

Un qualsiasi signor nessuno, dall'aspetto qualunque.

Non mi tocca, ma lo sguardo castano mi preme contro la parete alle mie spalle, così forte che non riesco quasi a respirare.

Non ci sono parole, in questo attimo, non servono parole quando quegli occhi da demonio già dicono ogni cosa.

La mano destra si alza fino al mio viso, lo sfiora fino a scivolare sul mio collo, cinge la mia gola, ferma, decisa, ma non violenta.

Non serve neanche la forza, finché rimango immobile, bambola fra le sue mani.

La sinistra scorre sul mio corpo senza gentilezza, sui miei seni, fino a fermarsi fra le mie cosce.

Si avvicina al mio orecchio con le labbra.

Mi sveglio di colpo, madida di sudore, tamburi suonano nelle mie orecchie, sapore metallico di sangue che scivola nella mia gola, la Vocina che ancora rimbalza nella mia testa, all'infinito.

"Sei sicura di non sapere cosa vuoi?" 

"Sei proprio sicura di non sapere cosa vuoi?"

"Sei ancora sicura di non sapere cosa vuoi?"





11/07/13

La più alta espressione d'amore?

"Per forza tu non credi in Dio." 

Al termine di una furibonda lite, lo sento esordire con tale preludio ad una perla di saggezza. Non è importante chi sia lui. Un lui qualsiasi che per un breve periodo ha camminato parallelamente a me, e che non ha accettato di buon grado il divergere delle due strade. Non è importante neanche la causa della lite, a dire il vero ricordo vagamente solo che mi sono presa per l'ennesima volta della stronza, per l'ennesimo abbandono dell'ennesimo fanciullo. Nella mia mente l'unica cosa che è rimasta, di quell'episodio, è l'epilogo. 

Questo epilogo. 

"Ma davvero? Per forza e non per scelta?" 

Acida come un limone acerbo, tono di voce tagliente, sguardo da killer professionista verde putrescente che neanche si sofferma su di lui, come neanche esistesse. 

Quando me ne vado ci sono due modi. O è pacifico e si resta amici, o è guerra, ma la mia è guerra fredda, e senza quartiere. 

"Si, perché se ammettessi l'esistenza di Dio saresti costretta a riconoscere che finirai all'Inferno." 

Silenzio. Lunghissimo silenzio. Che non riesco a trattenermi dal rompere con una risata di scherno. 

"E credi veramente che il giudizio del tuo Dio potrebbe essere più severo del mio, o la punizione del tuo Diavolo più crudele del male che mi faccio ogni giorno?" 

Svanita la rabbia rimane solo amaro sarcasmo. 

"Sei proprio un coglione e non hai capito un cazzo. Non capite mai un cazzo. E' per questo che siete così meravigliosi, indispensabili e facilmente sostituibili."

Sai, amico mio, credo che tutto sommato sia proprio questo il punto. Se trovassi un uomo in grado davvero di capirmi forse potrei anche fermarmi, ma il guaio è che io sono pazza, e per comprendere la follia ci vuole qualcuno che sia ancora più pazzo di me.

Cosa non facile da trovarsi.

...

Il caldo di questo luglio sta diventando davvero inopportuno, e l'afa inizia ad essere un'ospite indesiderata. 

Ieri notte non avevo voglia di scrivere, ho spento il computer e mi sono messa sul letto, con i ventilatori accesi, la fiammella della candela che danzava nell'oscurità della stanza e tu, amico mio, fuori della finestra a spiare, come sempre. 

Silenzio. Solo il fruscio dell'aria smossa dai motori elettrici. 

Io. E la candela che ha deciso di morire, lasciandomi nel buio, nuda di ogni maschera, in compagnia dei miei molti fantasmi che si agitavano nella mia mente. 

Legno che sfrega contro il legno. Un cassetto s'è aperto, al suo interno una lettera d'amore che non so perché non ho mai gettato. 

Mi alzo di scatto e lo richiudo, attraversando di corsa l'intero labirinto della mia mente, per nascondere quel pensiero che questa notte vuole farsi avanti, contro ogni buon senso, ma proprio quando vittoriosa sono riuscita a rinchiuderlo nell'oblio dei ricordi smarriti, ecco che da uno stipo, dietro l'angolo, si sente il tamburellare di nocche nude di carne, contro una porta immaginaria. 

E gli scheletri nell'armadio si risvegliano. E i ricordi affiorano. Uno dopo l'altro. 

Fa attenzione, amico mio, a non lasciar mai spazio al passato. E' come l'acqua, se riesce ad infiltrarsi nelle mura poi scava cunicoli, tunnel, varchi, ed ogni tua precauzione diviene vana, e la sua forza sgretola ogni barricata, fino a travolgerti. 

E gli scheletri iniziano la loro danza macabra.

Escono dalle fottute pareti!


"Vengono fuori dalle fottute pareti"

Ma non ho nessuna super arma tecnologica per abbatterli uno ad uno, e poi io non sono Ripley. 

In questo momento io non sono neanche la Nebbia, non completamente. 

Io sono la parte che lei più detesta, probabilmente, al punto di negarmi. 

"Io ho solo un tempo. L'adesso." 

Io invece esisto per ricordarle ieri. Dice di essere edonista, di amare ogni piacere e che a volte persino il dolore può recarne. 

Io sono qua per fare sì che ogni ferita abbia riportato non smetta mai di sanguinare. Come potrebbe soffrire, se non ci fossi io ad aprirle una ad una, a mantenerle fresche, a impedire la cicatrizzazione? 

Come potrebbe godere del dolore, senza di me? 

Chi sono? Non ho un nome, anche se lei mi chiama Geraldine per riconoscermi dalle altre, e tutto sommato il nome non mi dispiace, seppure non apprezzi la canzone da cui l'ha tratto. 

In realtà io sono la malinconia, la tristezza. 

Il dolce struggersi per tutto ciò che non è ora. Che non è più o che forse non sarà mai. 

In un certo senso, si potrebbe dire che io sono esattamente il suo opposto. 

Noiosa come una giornata piovosa di gennaio, dice. 

In realtà io sono la sua malattia. 

Laddove lei cerca il piacere, io le porto il dolore, laddove lei cerca di vivere l'oggi, io le porto ieri, laddove lei cerca di rialzarsi e andare avanti, io l'ostacolo seppellendola sotto i suoi ricordi. 

Strappando brandelli di carne, ossa, muscoli e vene. Seviziando la sua mente. 

Non è forse questa la più alta espressione d'amore? 






05/07/13

Psiche

Oggi non c'è Nebbia, anzi, un sole troppo caldo brucia la pelle, se hai il coraggio di esporla. Arroventa la mia macchina, costringendomi ad accendere l'aria condizionata anche se non la amo particolarmente.

Non c'è Nebbia, qua attorno. E non c'è neanche la Bestia, quella creatura patetica, così naif nel suo credersi malvagia.

Ci sono io.

E la voglia di fare del male. Molto male.

A chi? Non ha importanza. Anche a questo corpo che mi ospita, se non c'è di meglio.

Anche a questa mente in cui dimoro come un parassita, se non trovo altro da ferire.

Con unghie, denti, pugni e calci.

Anche solo con le parole.

Ho bisogno di una vittima, perché devo sfogare la mia rabbia.

Mi avete dato la vita voi, maschi.

Voi, che quella patetica sorella maggiore, che solitamente mi relega in un angolo, definisce creature meravigliose.

State lontani dalla Nebbia, oggi, perché non troverete nulla di piacevole ad attendervi, ma solamente me. Disprezzo, rabbia e odio.

E dolore. Tanto, tanto dolore. Vi si appiccicherà addosso come un morbo e non vi lascerà più, vi corroderà la mente, il cuore, e vi precipiterà nel mio inferno fatto di incubi, di cattiveria, di disprezzo.

Io vi disprezzo. Uno ad uno.

Io sono Psiche, e non sono per nulla felice di fare la vostra conoscenza.

Per quel che mi riguarda potreste crepare tutti. Per quel che mi riguarda potrebbe crepare anche questo corpo che mi ospita.

...

"Se fossimo più vicini pensi che avremmo già trombato?"

"Non lo so. Non mi hai mai vista, magari potrebbe non interessarti."

"Le tue parole mi dicono più di quanto tu voglia."

...

Cosa cazzo dicono le sue parole, fenomeno da baraccone?

Ti dicono solo che non è sicura di piacerti, e che se anche chiacchierando c'è intesa, magari di persona le cose potrebbero essere diverse.

No, invece, tu, maschio cazzuto, ci costruisci su il tuo castello, ovvero che lei lancia il sasso e nasconde la mano. E dopo una notte ti ripresenti con un mazzo di scuse precotte, del genere:

"Scusami tanto per ieri sera, ma sono stanco di sentirti fare allusioni ben sapendo che poi non manterrai. Sei la solita addrizza uccelli, buona a parole, e poco con i fatti."

Talmente abituato a ragionare con il tuo misero pisellino, hai interpretato tutto come fa più comodo a te.

Siete fortunati, tu ed il tuo cazzetto, ad essere così lontani da non avere ancora avuto la sventura di incontrarmi.

Perché in questo momento, dopo aver ascoltato le tue parole, la Nebbia se n'è andata e sono arrivata io.

E l'unica cosa che ci farei io, con il tuo piccolo, misero ammenicolo è tritarlo fine fine e darlo in pasto ai miei cani.

Non che sia colpa tua, ovviamente.

E' lei che è così ingenuamente scema da credere che possa esistere anche un solo maschio in grado di capire com'è fatta.

Parla, parla, tenta di spiegare, ma in realtà l'unica cosa che voi volete vedere è una troia facile da scopare.

O peggio una che finge di essere troia e poi non si fa scopare affatto.

Ogni volta che si rende conto che non viene capita si sente ferita e si dimentica di controllarmi.

E finalmente io sono libera. 

Di odiare tutto. 

Di odiare tutti. 

Soprattutto di odiare lei. 



28/06/13

Come un sasso affondo

Guardala! 

La vedi, attraverso la tenda socchiusa e la finestra aperta, rannicchiata nel letto, coperta solo da un fine lenzuolo che non la protegge dall'aria gelida della notte che entra dalla finestra che, ostinatamente, ha voluto lasciare aperta? 

Non è meravigliosa la mia bambina? 

Oh, certo, non meravigliosa secondo i vostri piccoli, miseri canoni mortali. No. La sua bellezza è qualcosa che va oltre, io la scorgo nella sua ostinata volontà di farsi del male, nella sua caparbia intenzione di umiliarsi. 

E' così meravigliosa che non potrei esistere, senza di lei. 

Guardala. Non vorresti anche tu farle del male ed aiutarmi a precipitarla ancora più a fondo, nell'abisso dove io vivo, per consegnarla ai miei artigli, alle mie zanne, e permettermi di sbranarne la mente, abbandonandola infine alla follia? Manca così poco. Solo un altro passo e le mancherà il terreno da sotto i piedi. 

Ha lasciato la candela accesa, troppo stanca per spegnerla, o forse troppo spaventata per rimanere al buio, sola con me, così puoi vederla tremare per il freddo e agitarsi seguendo i sogni che io le sussurro alla mente, proprio come quand'era bambina. La mia bambina.

...

Osservo il volto sconosciuto che ospita i miei occhi riflettersi nella superficie nera del lago.

Non è il mio volto. Appartiene ad un'estranea che non riconosco seppure, intimamente, sappia che sono io.

E' notte e fa molto freddo, troppo freddo per essere la fine di giugno.

Ho la pelle d'oca e sono sicura che sia persino livida. I capezzoli, per il freddo, sono così turgidi che mi fanno male.

Attorno a me intuisco, più che vederle, le cime di alte montagne che cancellano le stelle dal cielo, e sopra il mio capo una sottile falce di luna non è sufficiente a rischiarare questa nottata oscura.

Un passo ed i miei piedi, scalzi, si immergono nelle acque gelide.

Guardo il corpo nudo, bellissimo, che si specchia nel lago. Non è il mio corpo. Il mio corpo non ha nulla di bellissimo. Questo invece sarebbe perfetto, meravigliosamente bello, se non fosse che è completamente attraversato da cicatrici, bruciature, artigliate ancora aperte.

Moncherini di ali incapaci di sollevare in volo


Alle spalle vedo i moncherini di due ali, un tempo probabilmente bianche. Ora è come se un morbo indicibile le avesse contaminate, annerendole, smozzicandole, rendendole incapaci di sollevarmi in volo.

Un battito di martello sul legno, ed inizia un'asta.

So che è un'asta, anche se non vedo il battitore.

Riflessi nel lago, attorno a me, centinaia di volti. Tutti uomini. Tutti i miei uomini. Alcuni sconosciuti, forse dimenticati nel vapore del liquore del peccato, la tequila, forse non ancora incontrati. Alcuni volti, pochi, un tempo amati, altri detestati.

Mi fissano come fossi merce da acquistare.

Sento le loro voci scandire dei rilanci e comprendo che non saranno i soldi a comprarmi.

Ognuno offre il modo più turpe, violento e macabro per ferirmi ed umiliarmi, per farmi del male, che riesca ad ideare.

Chi troverà il modo più fantasioso, doloroso ed umiliante per ferirmi vincerà l'asta. Vincerà me.

Solo ora mi rendo conto che ho le mani legate dietro la schiena e che non posso scappare. Non posso andare da nessuna parte, se non verso quell'acqua nera, fredda, in qualche modo nemica.

E finalmente lo vedo, il battitore, a cui spetta il compito di valutare le offerte e scegliere la più appetibile, la più maledetta, la più dolorosa.

Il battitore d'asta. 

Sono IO! 

Non ho scelta. Nessuna scelta se non compiere un altro, ultimo passo in avanti. 

Le acque scure, gelide, mi inghiottono. 

Come un sasso affondo. 

Verso una voragine nera. Sul fondo ad attendermi, lei. La Bestia. Che è me.

Che mi divora.

...

Guardala dimenarsi nei sogni a cui io l'ho incatenata. 

Non è stupenda, la mia bambina? 

Non è meraviglioso come, dormendo, cerchi di ribellarsi al giogo a cui io la costringo? 

Scalcia le coperte e rimane nuda, nella notte, la pelle livida di freddo illuminata dalla fiamma della candela.

Guarda il cuscino, candido, su cui s'apre un fiore rosso di sangue, quando, nel tentativo di fuggirmi, morde le proprie labbra a fondo, ma né il freddo né il dolore possono liberarla da me. 

Perché io la amo da impazzire, e nella pazzia sarà completamente, definitivamente mia.




10/06/13

11*6



Bug



Cortocircuito nell'impianto d'allarme

L'invasione della Bestia

Il vagito

Io




E' una notte speciale, questa. 

Sono passate quattro decadi ed una manciata di anni, dalla notte in cui ci fu quel cortocircuito che generò la Belva, o che le permise di entrare e acquattarsi dentro di me, nel fondo di quel baratro che ho idealmente localizzato dietro al diaframma. 

Il momento della nascita. Niente di particolare dirai, amico mio, in fondo tutti si nasce, tutti tranne te, che sei stato generato già adulto, figlio della mia schizofrenia. 


...

"La stiamo perdendo, dottore." 

"Nella mia sala parto non perdiamo proprio nessuno, senza il mio permesso." 

Questo dialogo surreale me l'ha raccontato mia madre quando avevo circa 25 anni. E' quanto lei si ricorda di aver visto, in sospensione, fuori dal proprio corpo, mentre in realtà è restata per alcuni minuti clinicamente priva di battito cardiaco e respiro. Si ricorda anche di aver visto il tunnel e la luce, ma questo è un altro discorso che non è il caso di affrontare qua. 

"Tirate fuori la bambina, che io recupero la madre." 

Un ordine secco. Non so esattamente come sia andata, non ricordo ma vado a tentativi, cercando di ricostruire quei momenti nel modo più fedele possibile.

"Dottore, non respira e non c'è battito."

"Adrenalina. Intracardiaca!"

"Dottore, ma è solo un neonato."

"E quindi? Più che morto non può essere. Procedete senza discutere i miei ordini."


...

E' più forte di me. Io non so fare le cose semplici. Devo complicare tutto, anche nascere è stata una faticata, a quanto pare. 

I conformisti hanno l'abitudine di nascere mostrando al mondo una pelatona lucida, se fortunati ricoperta di peli destinati a cadere in breve tempo.

I contestatori invece nascono di piedi, podalici si dice in gergo tecnico, ed è un modo per affermare al mondo che a loro piace far le cose in modo diverso, rompere il cazzo e complicare la vita a chi gli sta attorno. Sono tipi tosti, quelli. Li stimo un sacco! 

Poi ci sono io. Che nell'indecisione, e non potendo nascere di lato, ho deciso di affrontare la vita nel modo peggiore che potessi scegliere, con il fondo schiena. A "culo col mondo", come si suol dire. (Avevo sicuramente anche il dito medio alzato, ma questo non era importante ai fini medici e non è stato registrato nella cartella clinica. Io però sono sicurissima che sia così.) 

Piegata a metà. 

Per cui larga il doppio. 

Per la gioia di mamma, ovviamente. E dell'equipe ginecologica che mi ha fatta nascere. 

Quei tre minuti circa sono stati fatali. 

Black out! L'impianto d'allarme è andato in tilt. La Bestia è entrata. E non avevano ancora inventato i Ghostbusters!!!!  

Non mi è chiaro cosa sia successo, del resto io non è che fossi molto arzilla, in quei momenti, ma ho la certezza che è iniziato tutto in quei tre minuti. 

La bestia, le mie gemelle cattive, quelle buone. 

Non ho fatto a tempo a distrarmi un attimo che mi sono trovata la monofamiliare occupata da un'intera Legione! 

Che mi ha condizionato la vita, e neanche poco. 

Fin da neonata. 


E' bastato un istante di disattenzione, per permettere alla Bestia di entrare.

Te ne avevo già parlato, ricordi? 

Sono sempre stata tranquilla, da bambina, ma solo all'apparenza. 

E lei, la Bestia, era sempre là, sul fondo, addormentata, ad agitarsi e borbottare, e ad ogni suo sobbalzo io avevo un incubo, da cui spesso mi risvegliavo con le labbra o la lingua morsi. 


Da me. Da lei. 

E non entro nel merito delle discussioni che nascono con quella rompipalle della Vocina, o con Psiche. E i colpi che mi fa prendere Norma quando inizia a far la carogna. 

...

Sono nata con la consapevolezza della morte. 

Anche di questo ne abbiamo già parlato. I bambini, nella loro infinita crudeltà, non si rendono conto che il male e la morte non sono reversibili. 

Io si, sapevo esattamente cosa comportassero. Da sempre. Forse un ricordo inconscio della mia nascita. 

Forse un ricordo inconscio che proviene da lei, trapassato per osmosi alla mia coscienza. 

Questo è ciò che io definisco il bug. Il corto circuito che ha segnato ciò che sono. 

E che ha comportato dei prezzi da pagare, per altro. 

Non puoi nascere due volte in pochi minuti, e sperare di essere una persona come le altre. 

Si potrebbe dire che questo trauma mi abbia bloccato la crescita. 

Vi sono alcune fasi infantili che io, a differenza di tutti gli altri, non sono mai riuscita a superare. 

La prima è quella delle domande e dei perché. 

E' più forte di me. Chiedere, continuamente chiedere. 

Amico mio, fuggimi, se inizio con una domanda, perché sicuramente è solo il prologo di un'eterna sequela, ed ogni tua risposta non farà altro che generarne di nuove, più improbabili ed imbarazzanti. 

Ancora adesso, che son passate quattro decadi ed una manciata di anni, non riesco a sfuggirne il fascino. 

Vi è anche un'altra fase che non ho mai superato, ed è quella orale. 

Non sono mai riuscita a togliermi il brutto vizio di mettere tutto in bocca. 

Quindi, amico mio, se proprio non dovessi riuscire a sfuggire all'interminabile serie di domande, quando proprio non ne potessi più e non sapessi più cosa rispondere, sai come farmi smettere. 



La Legione - Autoritratto

07/06/13

Non svegliar Norma che dorme

Il viaggio era stato epico. Ore incolonnati sulla stra maledettissima Autostrada della Cisa: una costante sequela di cantieri, gallerie, curve, limiti di velocità. 

L'arrivo all'ombra delle Alpi Apuane, ormai quasi un miraggio, con più di due ore di ritardo sulla tabella di marcia, appena in tempo per l'aperitivo. 

Era tutta la settimana che io e Simone progettavamo un week end al mare, il primo week end assieme dopo una quindicina di giorni trascorsi fra ristoranti e coiti clandestini in auto o all'aperto, nascosti in qualche giardino segreto della mia città. 

Un paio di drink ed una cena di pesce nel mio ristorante preferito, perché quando si va nei luoghi che io considero miei sono io che decido, quindi a casa mia. 

Luci soffuse, divano, Tequila Sunrise (che so preparare piuttosto bene), musica di sottofondo, chiacchiere. 

Una serata tranquilla, piacevole, fin troppo normale forse. 

La tequila, quella che io chiamo la bevanda del peccato perché ti scalda e ti scioglie, spande un piacevole tepore in tutto il corpo, e con il trascorrere dei minuti gli sguardi si fanno più languidi, la conversazione più maliziosa. 

I volti si avvicinano fino a sfiorarsi, quindi un groviglio di arti, abiti eliminati, carne, sospiri, gemiti. 

Fame. Le bocche si incontrano come se volessero sbranare, i lombi premono, le dita stringono. 

Un attimo ed è in me. Dentro di me. 

Un attimo. 

Ed è fuori. 

Davanti ai miei occhi lo spettacolo più triste che ci si possa attendere, in questo sabato sera. 

"Scusami."

"Andiamo a letto." 

Mi stendo accanto a lui, la mia gamba destra scivola delicatamente fra le sue, carezzo il suo sesso mentre lo bacio lentamente. Con calma. Abbiamo tutta la notte davanti, siamo piacevolmente ebbri, non ci corre dietro nessuno. 

Sotto di me lo sento pulsare. Sento che mi vuole, le sue mani che mi afferrano le natiche per trascinarmi su di lui me lo comunicano chiaramente. 

Entra senza alcuna difficoltà, ma la monumentale erezione termina. 

Dopo un attimo. 

"Ma che cazzo. Non capisco cosa gli prenda a Jhonny." 

(Jhonny? Cazzo, è uno di quelli che lo chiama per nome, non me ne ero ancora accorta! Andiamo bene!) 

"Simo, non ti preoccupare, hai guidato tutte quelle ore nel traffico, poi abbiamo bevuto, sono cose che capitano." 

"Un cazzo capitano! A Jhonny non capitano." 

"Lo so che a te non capitano, proprio per questo dico che è la stanchezza. Sarà colpa della tequila, dormiamo, domattina recuperiamo anche per sta notte." 

Cerco di accarezzarlo e di baciarlo, ma mi scosta bruscamente, e bofonchiando qualcosa che potrebbe essere un buonanotte si gira e mi da le spalle. 

...

Ecco, amico mio, siamo arrivati al punto dolente in cui mi trovo costretta a svelare una piccola bugia che ti ho raccontato. 

Quando dico che voi uomini siete tutti meravigliosi, in realtà mento. C'è una parte di voi, fortunatamente piccola, che ha il potere di indispormi in modo supremo. 

Non dico che sia colpa dei tuoi colleghi, per carità, sono io che sono fatta così, male, però già tendo a diffidare di un uomo che da un nome al suo membro, figurarsi quindi di quelli che arrivano a parlarci o persino a considerarlo un'entità a sé stante.  

Si, lo so, io parlo con te che non esisti e litigo con le mie gemelle cattive, ma non è mica la stessa cosa. Non è che al mattino, allo specchio, chiedo ai miei seni come stanno. E non ho dato un nome a nessuno dei due, davvero!

Ma non distrarmi, ora, che poi divago. 

Torniamo a quella notte, e a quell'uomo particolare. 

Io ho una grandissima comprensione per voi fanciulli. Capisco quanto siate affezionati al vostro cosetto, ma incazzarsi con me perché non funziona è lievemente eccessivo, non trovi? 

Tal comportamento inserisce il fanciullo in oggetto nella categoria dei bimbiminkia, che a dispetto del nome non ha nulla a che fare con l'età, non quella anagrafica, quanto meno, bensì con una qualità mentale. 

Che non c'è. 

L'intelligenza. 

E quando per qualche malaugurata circostanza mi trovo davanti una di queste aberrazioni, vuoi perché non ho prestato adeguata attenzione ai segnali, vuoi perché il fanciullo in oggetto è stato molto scaltro a mimetizzarsi, vuoi perché non c'è stato materialmente tempo sufficiente per capirlo, ecco che Norma prende il sopravvento, scaccia via tutte le altre e dirige lei i giochi. 

E questo solitamente non è un bene. 

...

Il terremoto!

No, è un treno che ti sta passando sopra! 

No, è scoppiata la guerra!

No, è Simone che ti ha afferrata per una spalla e ti sta shakerando come un cocktail. 

"Che cazzo c'è!" 

Quando mi sveglio ho bisogno di silenzio e molta dolcezza, altrimenti si rischia che si svegli la bestia, ed anche questo non è un bene. 

Puoi svegliarmi carezzandomi, baciandomi, persino penetrandomi se ci riesci, ma con delicatezza, e soprattutto senza fare rumore!

Dalle finestre non filtra un filo di luce, non possono essere ancora le cinque, per cui deve esserci per forza una ragione più che valida, per avermi svegliata in quel modo. 

"Guarda!" 

Urla eccitato come uno scolaretto. 

Con un gesto teatrale getta di lato la coperta, privandomi con violenza del mio nido caldo, altra cosa sbagliatissima da fare, qualsiasi sia la me che hai appena svegliato. 

"Guarda Jhonny! Guarda quant'è duro! E com'è grosso. Di la verità che non l'hai mai visto così grosso!"

Abbasso lo sguardo. Jhonny mi occhieggia da là sotto, grande come al solito, ma effettivamente sull'attenti e pronto a compiere il suo dovere, da bravo soldatino. 

Sposto lo sguardo sull'altra testa di cazzo, che mi fissa con un sorriso a cinquantasei denti, in attesa della mia entusiastica conferma. 

"A me il tuo coso sembra uguale a sempre. In compenso tu mi sembri molto più coglione." 

E' stato un attimo. 

E davanti al mio sguardo si è ripresentata la stessa scena di poche ore prima. 

Tristemente morta. 

Si è alzato senza dire niente. Dopo mezz'ora eravamo in macchina per tornare a casa. Non l'ho mai più rivisto. 

Norma ha provato un piacere insano. 

Io con lei. 

Prima o poi finiremo per metterci nei guai, ma fortunatamente abbiamo fatto un patto con il Demonio.

Dobbiamo provare ogni cosa, e ancora la lista è lunga. 

Il gioco, amico mio, sta continuando. 

Quando sarà finito uno dei due perderà la sua anima. 

La mia è già dannata. 

Tu sei ancora disposto a dannare la tua? 




03/06/13

Solo una notte - Seconda parte

Sono seduta all'aperto, al tavolino di un ottimistico bar, a Lerici, proprio sulla passeggiata che costeggia il porticciolo, e davanti a me si apre il Golfo dei Poeti, che ispirò versi immortali a Lord Byron e a molti altri cantori dell'amore e delle belle emozioni. 

Se non conosci questa fetta d'Italia, amico mio, serve che ti spieghi che è incuneata fra mare e monti, davanti a sé la distesa del Mar Ligure e del Tirreno, e alle spalle l'alta barriera montuosa delle Alpi Apuane, il che rende quel piccolo spicchio di terra uno dei più piovosi del nostro paese. 

Il mare è particolarmente inquieto, ed il cordame delle barche a vela ormeggiate sbatte contro gli alberi creando una cacofonia tintinnante, piacevole, che fa da contrappunto al tuonare dei marosi. 

Sto bevendo un Negroni, questa volta l'ho preso giusto anche se odio il gin, ma se dobbiamo farci male lo facciamo per bene, a partire da un drink che non mi piace per nulla. 

E intanto navigo nel mondo con il mio smartphone. Niente libro, darebbe l'impressione che mi stia isolando, mentre una che sta a masturbare un telefono da l'impressione di essere connessa, di cercare contatti. 


Il Golfo dei Poeti visto dalla Nebbia



"Sei sola?" 

Nel riquadro del marciapiedi accanto al mio tavolo è apparso un paio di scarpe da vela. Perché mai questi soggetti abbiano sempre scarpe da vela è un mistero che non mi so spiegare. Manco l'avessero la barca a vela. 

Risalgo lungo le gambe ricoperte di tela color polvere firmata da un'aquila impossibile da non riconoscere, scorrendo sul polso ornato da orologio d'oro. Polo blu, cardigan di un blu più chiaro. Entrambi decorati da un giocatore di polo a cavallo, ovviamente, perché senza firma non c'è gusto. 

Accento milanese. Naturalmente. Questo spicchio di Liguria è una colonia della Milano che conta, quella ricca e opulenta, che si è comprata Lerici, Porto Venere e le Cinque Terre. 

Mi trovo di fronte al prototipo del maschio in carriera. Tutto soldi e testosterone. E forse, tenuto conto del Rolex, la barca a vela ce l'ha pure.

"No, sono in compagnia del mio amico immaginario, ma è la prima volta che vede il mare ed è così stupito che non mi tiene molta compagnia." 

Gli rispondo sarcastica. Per onestà intellettuale offro sempre la possibilità di ritirarsi, prima che sia troppo tardi. 

La mia voce, il mio sguardo, il mio atteggiamento, comunicano che sono stronza ed acida. Se hai un minimo di buon senso giri i tacchi e te ne vai. 

Ma quel genere di maschio non sa cosa sia il buon senso. Troppo egocentrico per potere anche lontanamente credere che esista una che resista al suo fascino, e ai suoi soldi. 

"Sei simpatica." 

<Come un pugno in bocca...> avrei voglia di rispondergli, ma evito, guardandolo sedere al mio tavolo. Senza che lo abbia invitato. Infilo il telefono in borsa e lo guardo in volto. Abbronzato da molte lampade, o più probabilmente da qualche vacanza in località esotica. Capelli brizzolati, perfettamente tagliati. Faccia da schiaffi. Esattamente quello che stavo cercando, per farmi male ed umiliarmi un po'. 

Si parla di niente, giusto per ottenere un'altra conferma, riguardo quel che vuole da me quel tale. Non gli chiedo neanche il nome, come del resto lui non lo chiede a me. Non si da un nome al pezzo di carne che stai per divorare. 

"Sta iniziando a piovere un'altra volta. Il mio attico è a cento metri da qua, perché non sali da me?" 

Accidenti, che rapidità. E' stato più indolore di quanto potessi neanche sperare. Lascio sul tavolino una banconota da venti e mi alzo al suo seguito, senza dire niente. 

Ci incamminiamo, ma arrivati davanti all'ingresso del palazzo non mi fermo. 

"Dove stai andando, siamo arrivati." 

Non riesco a fermarla, improvvisamente esce una me che ancora non conosci, e che chiameremo Norma, (Copyright by Moz-). Norma è l'avvocato delle cause perse, ed è anche una guerriera. Lei combatte contro le ingiustizie del mondo, e si diletta a distruggere l'ego dei coglioni, come quello che mi trovo davanti ora. 

"Sto andando alla mia macchina." 

"Credevo cercassi compagnia." 

"Si, lo credevo anch'io. Ma dopo averti sentito cianciare per dieci minuti di nulla avverto un tale senso di malessere che devo allontanarti dalla vista, altrimenti vomito, e il solo pensiero di averti addosso ad ansimare mi fa venire voglia di morire. Per cui grazie per l'invito ma declino. Buona serata a te, al tuo attico, al tuo Rolex e alle tue cazzate." 

Gli do le spalle e mi incammino. Mi afferra per un braccio e mi gira verso di lui  con forza. 

SLAP

Mi tira un ceffone che mi lascia rintronata, in mezzo alla passeggiata principale di Lerici. 

"Sei solo una stronza." Dice mentre si allontana incazzato verso il portone del suo super attico vista Golfo dei Poeti. "E sicuramente sei frigida." 

Scoppio a ridere. A volte uno schiaffo è molto più terapeutico di una scopata fatta al solo scopo di farsi del male. 

...

Entro nel drink bar semi deserto, ormai altrove, che sto ancora ridendo. 

"Bolognese, sei tornata, finalmente. Sono mesi che non ti fai vedere. Che è successo di così divertente, che te la ridi sotto i baffi?" 

Mi accoglie il proprietario del locale dove vado a farmi il drink della buona notte, vicino a casa, quando sono là, all'ombra delle Alpi Apuane. 

"Ho appena scoperto che sono frigida: pensa, mi ci sono voluti più di quarant'anni e uno stronzo, per impararlo. E se non me l'avesse detto lui non me ne sarei mai accorta." 

Ride con me e mi chiede cosa può servirmi. 

"Dammi un cetriolo." 

"Tesora, ti darei volentieri il mio, ma lo sai che è contro la mia religione scopare le donne." 

Mentre prepara il suo magico drink, (una versione "made in lui" del mojito, tanto rum, tanta wodka bianca, zucchero di canna, limone, e al posto della menta il cetriolo, appunto) mi chiedo come mai ogni volta che necessito di sentirmi al sicuro finisco in compagnia di un uomo. Gay.  

E sorrido ripensando alla promessa fatta ad un amico. Se arriveremo entrambi single ai cinquanta ci sposeremo. A condizione che lui poi non mi freghi gli uomini.  

E' tardi e gli unici clienti sono otto o nove ragazzi attorno ai vent'anni, seduti ad un tavolo. Fanno un baccano incredibile, e io, seduta al bancone, non riesco a impedirmi di fissarli. Due di loro si stanno baciando. Non c'è nulla di strano nel vedere una coppia omosessuale, soprattutto in un bar di proprietà di un gay, ma la cosa che mi colpisce realmente è che, ad un certo punto, una ragazza si siede fra i due e, con naturalezza, li bacia entrambi, ed iniziano un menage a tre così dolce, pulito e naturale che riesce persino a commuovermi. 

"Ai nostri tempi eravamo più discreti." 

Il barman, dietro di me, non può vedere il sorriso che mi trasforma in una sorta di Monna Lisa, davanti a quello spettacolo, e forse si preoccupa di cosa possa pensare di quella scena. 

"Purtroppo è vero. Sono meravigliosi: così innocenti e liberi. Li invidio molto e vorrei essere come loro." 

Gli rispondo, leggermente trasognata, girandomi verso di lui e regalandogli uno dei miei sguardi, di quelli più luminosi. 

"Ne vuoi un altro?"

Mi chiede, notando il bicchiere vuoto. 

"Ti ringrazio, ma devo guidare ancora per duecentocinquanta chilometri, prima di poter riposare, e ne ho già alle spalle altrettanti. Quanto ti devo?" 

Lo guardo in viso, e noto che ha le lacrime agli occhi, vecchio bambinone romantico, commosso di riflesso dalla mia commozione. 

"Offre la casa, bolognese. E torna più spesso a trovarci, meravigliosa creatura." 

Esco salutandolo con la mano. 

Ero partita per cercare di farmi del male, e invece è stato un viaggio catartico. 

Ci sono volte in cui lo schiaffo di uno stronzo è l'unica cura. 

Sei pronto a riprendere a giocare, amico mio? 



02/06/13

Solo una notte

Strano orario, questo, per me. 

Le mie candele sono tutte spente e la luce che filtra dagli scuri, eternamente socchiusi, è sufficiente a permettermi di infilare le ultime due cose dentro la borsa da viaggio. 

Un libro e lo spazzolino da denti. La scatola di profilattici viaggia con me, non nel bagagliaio, che non si sa mai quando potrebbe venire utile. 

"Dove vorresti andare a distruggerti, questa volta?" 

Eccola, la Vocina, la Sommamente Rompipalle Coscienza che ci prova, a trattenermi, ma ormai ho deciso, vado via. 

Zingara in perenne fuga, alla disperata ricerca di un luogo dove io non sono. 

"Versilia, Porto Venere, Lerici. Non so. Vedremo dove mi porterà la macchina quando saremo in vista delle Apuane." 

Le rispondo pazientemente. 

Il tempo, fuori dalla mia stanza, verrebbe definito dai più brutto. Il cielo è cupo e pesante come la pietra tombale che sigilla i molti fantasmi che mi tengono compagnia, l'aria è inquieta come i miei pensieri e altrettanto fredda. Troppo fredda per questo inizio giugno. 

E tu non ci sei, amico mio. Ora che li guardo alla luce del giorno, le siepi di alloro, l'oleandro e le betulle argentee che offrono riparo e cantano per me mosse dal vento, vedo anche che non nascondono nessun segreto, nessuno sguardo cupido che vuole strapparmi via vestiti, pelle e carne, per vedermi realmente come sono. 

E invece che un brivido lascivo che percorre la mia schiena, come le dita delicate di un fantasma, sento artigli rapaci che mi serrano lo stomaco, affondando crudeli le unghie. 

"Chi parte per cercare sé stesso finisce per perdersi del tutto." (Cit. Jostein Gaarder)

Dejavu. 

Ma non ne abbiamo già parlato, di questo? 

Io non mi sto cercando, io voglio perdermi. 

Definitivamente. 

"Quindi mi confermi che partire è la scelta migliore che potessi compiere." 

Sto giro la Vocina si è fatta autogol.  

Le Alpi Apuane - Montagne violentate dalla cupidigia umana.

Non temere, amico mio, non me ne andrò per molto tempo. 

Solamente una notte. 

Questa notte. 

E non sarò in ogni caso lontana. 

Non posso vivere completamente scollegata, ormai la rete è diventata un'altra droga, quindi avrò sempre un contatto, seppure minore e diverso, con il mondo. 

Se avrò voglia di avere un contatto con il mondo. 

Sono fatta così. 

Sono fatta male. 

Quando qualcosa di pulito prova a farsi strada in me devo trovare il modo di distruggerlo, sporcarlo, scacciarlo prima che sia troppo tardi. 

Altrimenti rischio di finire per crederci. E farmi male veramente. 

E l'unica via sicura da percorrere è questa. 

Cercare un essere, l'icona di ciò che più ritengo detestabile. 

Quello che definisco del terzo tipo, non umano, perché lui non sanguina mai.

Quello che riempie il vuoto della sua mente con un eccessivo sfoggio di ricchezze ed immoralità. Che non è l'amoralità di cui vado vantandomi io. E' altro. E' molto peggio.

Arrogante. Stronzo. Maschilista. 

Quello che esiste solo lui. 

E il suo cazzo. 

Quello che non esistono tre baci sulla tua schiena, quando ha finito di godere di te, e non esisti neanche tu, oggetto usato e pronto da essere gettato nell'immondizia. 

Devo sentirlo ansimare, laido, su di me. 

Dentro di me. 

Lasciarmi sporcare. Detestarmi. 

Per precipitare all'inferno. 

Per spurgare questi sogni virulenti che mi tormentano, e ritrovare ogni notte solamente i miei ormai rassicuranti incubi, compagni d'angosce conosciute e benvenute.

Così potrò riprendere a giocare con te, mio caro amico immaginario. 

Ho ancora tanti brandelli di carne che posso strappare per te, solo per te.