Fuori un'alba color del sangue si fa strada cancellando le ultime vestigia di una notte agitata, piena di sogni che, uno dopo l'altro, mi hanno trascinata in un abisso di ansia ed angoscia e che, ancora, non mi da tregua.
Non c'eri, fuori dalla mia finestra, quando avrei avuto bisogno di una presenza per cancellare l'orrore della pazzia che avanza.
O forse eri là, ed osservavi, fedele al compito di voyeur che ti ho affidato ormai svariati mesi or sono, godendo della sofferenza che, con sadismo chirurgico, mi infliggo notte dopo notte, quando il sonno cancella ogni difesa, lasciando liberi i mostri che vivono dentro di me.
Che sono me.
Che mi divorano.
Una delle inquietanti presenze del Parco dei Mostri di Bomarzo
Emozioni. Non ne ho mai abbastanza. E' la mia maledizione. Sempre più intense e travolgenti, fino ad assefuarmi ad esse, fino a non riuscire più ad avvertirne.
E' come una droga. Ne voglio sempre più, sempre di più intense, al punto che nulla è in grado di emozionarmi, se non le visioni folli che scaturiscono dalla mia mente malata, durante la notte.
Ad accompagnare i sogni la certezza di una presenza, che osserva, e non sei tu, amico mio, è lei, la Bestia, che come te gode del vedermi rantolare nel letto, e la sua voce che, suadente, mi chiama, mi impone di raggiungerla, in un luogo da cui so non esserci ritorno.
Per questo sono qua, amico mio, questa mattina, quando fuori non c'è traccia di nebbia ed io non dovrei essere. Sono qua per cancellare quella voce che mi chiama, perché so che se l'ascolterò troppo a lungo, finirò per seguirla.
E quando accadrà tu, figlio della mia schizofrenia, cesserai di esistere, e per me non ci sarà ritorno.
"Sarebbe tutto molto più semplice, se ammettessi quello che vuoi."
La sommamente rompipalle Vocina torna alla carica, come al solito, approfittando di un mio momento di disattenzione.
"Lo farei anche, se solo sapessi cosa voglio realmente."
Le rispondo, sfinita per le sue continue insinuazioni.
"Ma tu sai perfettamente cosa vuoi, è che sei troppo vigliacca per ammetterlo."
"E smettila di rompere, se dice che non lo sa non lo sa." Dalla gabbia in cui la tengo rinchiusa Sophia, o, come preferisce lei, Psiche, ribatte rabbiosa, perennemente arrabbiata con il mondo intero.
"Ha ragione la bestiolina nella gabbietta. Sei solo una pedante, bigotta rompicoglioni." Rincara la dose Orea, incapace di tenere la bocca chiusa almeno una volta, costantemente provocatoria.
"Se davvero ti piace tanto, la piccola, adesso apro la gabbia, così potete fraternizzare meglio."
Provo ad urlare un "no", ma la voce è soffocata dallo sbigottimento che mi ha assalita a vedere le coinquiline del mio condominio cerebrale litigare fra loro come teppistelli, e non faccio a tempo a fermare Vocina che, rapida, apre il chiavistello che assicura la porta della gabbia in cui tengo rinchiusa la parte più rabbiosa delle tante me.
Immediatamente, accompagnandosi con un grido famelico, Sophia (o Psiche, come preferisce lei) si avventa su Orea gridando:
"Chi è che sarebbe una bestiolina?"
Norma, dal canto suo, non è capace di tenersi fuori dalla mischia, e improvvisamente il condominio si tramuta in una rissa da stadio, groviglio di arti, capelli, unghie e denti che non lesinano colpi bassi.
In un angolino, ben nascosta, c'è l'altra me, quella più fragile e delicata, che si nasconde. Non ha il coraggio di parlare, né di intromettersi nella mischia, semplicemente trema, nell'ombra, pregando che nessuna delle sue sorelle si accorga della sua presenza.
Le lascio litigare e me ne vado a dormire, che facciano quel che vogliono, io non voglio altro che silenzio.
Lui è davanti a me.
Un qualsiasi signor nessuno, dall'aspetto qualunque.
Non mi tocca, ma lo sguardo castano mi preme contro la parete alle mie spalle, così forte che non riesco quasi a respirare.
Non ci sono parole, in questo attimo, non servono parole quando quegli occhi da demonio già dicono ogni cosa.
La mano destra si alza fino al mio viso, lo sfiora fino a scivolare sul mio collo, cinge la mia gola, ferma, decisa, ma non violenta.
Non serve neanche la forza, finché rimango immobile, bambola fra le sue mani.
La sinistra scorre sul mio corpo senza gentilezza, sui miei seni, fino a fermarsi fra le mie cosce.
Si avvicina al mio orecchio con le labbra.
Mi sveglio di colpo, madida di sudore, tamburi suonano nelle mie orecchie, sapore metallico di sangue che scivola nella mia gola, la Vocina che ancora rimbalza nella mia testa, all'infinito.
Ogni volta che affronto il viaggio di ritorno l'unica cosa che avverto è un senso di vuoto.
"Che tu possa trovare ciò che stai cercando. Anche se per adesso non sai ancora cosa sia."
Queste le parole di una creatura stupenda che risponde al soprannome di La Rossa, lasciatemi alla vigilia della partenza.
Sono tornata, e ancora non so cosa cerco.
E non so cosa, questi tre giorni, mi abbiano dato.
Se non questo senso di vuoto, che mi accompagna ogni volta che ritorno alla mia vita.
"Chi parte per cercare..."
"Ma sta un po' zitta, che stai diventando ripetitiva!"
Non permetto alla solita rompipalle Vocina di continuare.
Non ora che è notte, che la Luna è Rossa (Vega attacca!!!), che sto guidando con il volume al massimo e le casse mi gridano nelle orecchie che "I am the wonderlust king (queen)...".
Anche se in realtà non ho mai viaggiato veramente. Anche se in realtà i miei viaggi sono tutti brevi, a meno che non perda la strada di casa, e allora possono durare anni, molti anni.
"E' inutile che ti affanni a cercare. Non lo troverai mai, perché tu non sai cosa vuoi."
Torna alla carica. Ci prova, quanto meno.
"Hai ragione, almeno su questo. Non lo so. E' per questo che cerco, e continuerò a cercare. Voglio solo trovare qualcuno che lo sappia per me. Che sappia dirmi cosa voglio davvero."
Vuoto.
Come questa autostrada, che di notte, illuminata da questa Luna, così grande, così rossa, pare un nastro di sangue coagulato.
Ci sono solo io, qualche raro camion, qualche auto.
Ci sono io, la Luna e il cielo.
Che mi schiaccia.
E avverto chiaro il desiderio di perdermi.
Abbandonarmi ad una volontà che non sia la mia.
A casa mi spoglio nuda davanti allo specchio ed ammiro i graffi ed i lividi che deturpano la mia anima, che mi ricordano che sono viva.
Non allo stomaco. Una mano dispettosa mi aggroviglia le viscere, rimestandole costantemente.
Soprattutto oggi, che esco dai miei schemi infilandomi in qualcosa su cui non ho il completo controllo.
Il ponente mi chiama.
L'ultima volta che sono fuggita inseguendo il tramonto ho impiegato otto anni a ritrovare la strada di casa.
"Inutile che fuggi, tanto non esiste un posto dove tu non sia."
Insiste la sommamente rompipalle Vocina, da dietro il mio orecchio sinistro, ma oggi non attacca, so già come risponderle.
"Io non parto per fuggire, questa volta parto per trovarmi."
"Chi parte per trovare sé stesso finisce per perdersi del tutto."
Rilancia lei, svolazzandomi attorno e spostandosi dietro a quello destro, per disorientarmi.
"Ma vaffanculo! Tu, Gaarder e i vostri aforismi del cazzo."
La verità è che devo fare la pace con il mio cervello.
L'unico modo per scacciare un pensiero dalla mia mente è renderlo reale.
Quando diventa realtà non mi tormenta più. O entra nella quotidianità, o se ne va, ma l'ossessione, il doverci pensare costantemente, l'esserne schiava sparisce in ogni caso.
Ansia.
Ogni volta che mi accingo a partire mi prende.
Una non meglio identificata sensazione di catastrofe incombente unita all'eccitazione adolescenziale per la novità, l'avventura, la scoperta.
Amo guidare.
Domani mi attendono un bel numero di chilometri. Circa cinquecento. Lunedì dovrò farne altrettanti. Chissà se tornerò indietro, se mi perderò strada facendo e tornerà solo una parte di me o se non tornerò del tutto.
Se conosci la strada sai che può essere infida. Se la conosci sai che non va mai sottovalutata.
E' come il mare che troverò ad attendermi domani sera, al tramonto. Anche il mare sa essere infido, e non va mai sottovalutato.
Sia la strada che il mare sono creature viventi e vanno sempre rispettate.
Chi si mette in viaggio, sia per mare o per strada, deve sempre mettere in conto che potrebbe non vedere la fine del proprio viaggio.
Questa incognita è la madre della mia ansia.
E della piacevole sensazione che, ancora una volta, sarà il Caso, o il Caos se preferisci, a decidere cosa sarà.
Armata della mia sola incoscienza mi butto ancora una volta fra le sue braccia, confidando che, anche questa volta, non mi lascerà cadere.
Al termine di una furibonda lite, lo sento esordire con tale preludio ad una perla di saggezza. Non è importante chi sia lui. Un lui qualsiasi che per un breve periodo ha camminato parallelamente a me, e che non ha accettato di buon grado il divergere delle due strade. Non è importante neanche la causa della lite, a dire il vero ricordo vagamente solo che mi sono presa per l'ennesima volta della stronza, per l'ennesimo abbandono dell'ennesimo fanciullo. Nella mia mente l'unica cosa che è rimasta, di quell'episodio, è l'epilogo.
Questo epilogo.
"Ma davvero? Per forza e non per scelta?"
Acida come un limone acerbo, tono di voce tagliente, sguardo da killer professionista verde putrescente che neanche si sofferma su di lui, come neanche esistesse.
Quando me ne vado ci sono due modi. O è pacifico e si resta amici, o è guerra, ma la mia è guerra fredda, e senza quartiere.
"Si, perché se ammettessi l'esistenza di Dio saresti costretta a riconoscere che finirai all'Inferno."
Silenzio. Lunghissimo silenzio. Che non riesco a trattenermi dal rompere con una risata di scherno.
"E credi veramente che il giudizio del tuo Dio potrebbe essere più severo del mio, o la punizione del tuo Diavolo più crudele del male che mi faccio ogni giorno?"
Svanita la rabbia rimane solo amaro sarcasmo.
"Sei proprio un coglione e non hai capito un cazzo. Non capite mai un cazzo. E' per questo che siete così meravigliosi, indispensabili e facilmente sostituibili."
Sai, amico mio, credo che tutto sommato sia proprio questo il punto. Se trovassi un uomo in grado davvero di capirmi forse potrei anche fermarmi, ma il guaio è che io sono pazza, e per comprendere la follia ci vuole qualcuno che sia ancora più pazzo di me.
Cosa non facile da trovarsi.
...
Il caldo di questo luglio sta diventando davvero inopportuno, e l'afa inizia ad essere un'ospite indesiderata.
Ieri notte non avevo voglia di scrivere, ho spento il computer e mi sono messa sul letto, con i ventilatori accesi, la fiammella della candela che danzava nell'oscurità della stanza e tu, amico mio, fuori della finestra a spiare, come sempre.
Silenzio. Solo il fruscio dell'aria smossa dai motori elettrici.
Io. E la candela che ha deciso di morire, lasciandomi nel buio, nuda di ogni maschera, in compagnia dei miei molti fantasmi che si agitavano nella mia mente.
Legno che sfrega contro il legno. Un cassetto s'è aperto, al suo interno una lettera d'amore che non so perché non ho mai gettato.
Mi alzo di scatto e lo richiudo, attraversando di corsa l'intero labirinto della mia mente, per nascondere quel pensiero che questa notte vuole farsi avanti, contro ogni buon senso, ma proprio quando vittoriosa sono riuscita a rinchiuderlo nell'oblio dei ricordi smarriti, ecco che da uno stipo, dietro l'angolo, si sente il tamburellare di nocche nude di carne, contro una porta immaginaria.
E gli scheletri nell'armadio si risvegliano. E i ricordi affiorano. Uno dopo l'altro.
Fa attenzione, amico mio, a non lasciar mai spazio al passato. E' come l'acqua, se riesce ad infiltrarsi nelle mura poi scava cunicoli, tunnel, varchi, ed ogni tua precauzione diviene vana, e la sua forza sgretola ogni barricata, fino a travolgerti.
E gli scheletri iniziano la loro danza macabra.
Escono dalle fottute pareti!
"Vengono fuori dalle fottute pareti"
Ma non ho nessuna super arma tecnologica per abbatterli uno ad uno, e poi io non sono Ripley.
In questo momento io non sono neanche la Nebbia, non completamente.
Io sono la parte che lei più detesta, probabilmente, al punto di negarmi.
"Io ho solo un tempo. L'adesso."
Io invece esisto per ricordarle ieri. Dice di essere edonista, di amare ogni piacere e che a volte persino il dolore può recarne.
Io sono qua per fare sì che ogni ferita abbia riportato non smetta mai di sanguinare. Come potrebbe soffrire, se non ci fossi io ad aprirle una ad una, a mantenerle fresche, a impedire la cicatrizzazione?
Come potrebbe godere del dolore, senza di me?
Chi sono? Non ho un nome, anche se lei mi chiama Geraldine per riconoscermi dalle altre, e tutto sommato il nome non mi dispiace, seppure non apprezzi la canzone da cui l'ha tratto.
In realtà io sono la malinconia, la tristezza.
Il dolce struggersi per tutto ciò che non è ora. Che non è più o che forse non sarà mai.
In un certo senso, si potrebbe dire che io sono esattamente il suo opposto.
Noiosa come una giornata piovosa di gennaio, dice.
In realtà io sono la sua malattia.
Laddove lei cerca il piacere, io le porto il dolore, laddove lei cerca di vivere l'oggi, io le porto ieri, laddove lei cerca di rialzarsi e andare avanti, io l'ostacolo seppellendola sotto i suoi ricordi.
Strappando brandelli di carne, ossa, muscoli e vene. Seviziando la sua mente.
Non è forse questa la più alta espressione d'amore?
Tranquillo, amico mio, puoi smettere di nasconderti e tornare a spiare dalla tenda socchiusa, ho rinchiuso la piccola Sophia, o Psiche come preferisce essere chiamata lei, nella sua gabbia e adesso non è in grado di nuocere a nessuno.
La cosa importante è lasciarla dormire, e non aprire mai quel lucchetto che la tiene segregata.
Quando abbiamo iniziato a viaggiare assieme non riuscivi a seguirmi, vero? Io ti parlavo di malattia, di insania, di perdizione e dannazione, ma per te erano concetti così distanti che probabilmente li ritenevi solo una finzione letteraria, un'esigenza narrativa per dare spessore a racconti che, di fatto, di spessore ne hanno ben poco.
Ora sono alcuni mesi che, pezzo dopo pezzo, continuo a sventrare la mia mente davanti ai tuoi occhi, e forse ti starai rendendo conto che non ho mai esagerato, ma non devi avere paura, per quanto possa sembrare terribilmente violenta, l'unica vittima prediletta di Sophia sono io, ed è su di me che si diverte maggiormente a fare male, a sfogare la sua rabbia e il suo rancore.
In ogni caso nessuna bugia, nessuna finzione.
Non mi mostrerò diversa o migliore di quel che sono.
Una Legione di personalità, che si alternano senza soluzione di continuità.
E' così faticoso, a volte, dover sottostare a questi molti cambi, eppure ogni volta che riesco a ristabilire il predominio sulla mia mente scopro di avere imparato qualcosa, di essere in qualche modo cresciuta.
Rosso. Il colore della Passione. Il colore della Rabbia.
Rosso.
Il colore della rabbia, dell'ira.
Non dell'odio. L'odio è nero, a volte viola, soprattutto quando è un odio freddo e distaccato, che ti porta ad attendere il momento proficuo.
Ma la rabbia, quell'emozione potente che ti travolge, è rossa.
Ricordi? Te ne ho già parlato. Non ne ho mai abbastanza. Emozioni. Sempre più intense. Mi servono per sapere che sono ancora viva. Anche il rosso della rabbia.
Rosso.
Il colore della passione. Quella passione che brucia, e che trasforma il sesso in una lotta bestiale.
Groviglio di arti e di mani, bocche che si cercano per sbranarsi, affondi violenti come colpi di pugnale.
Rabbia e Passione.
Entrambe queste emozioni si riconoscono nel rosso del sangue.
Così come è sottile il filo che divide l'Amore dall'Odio, altrettanto labile è la differenza fra Rabbia e Passione.
Così labile che spesso, al finire dell'amore, non resta altro che odio.
Così sottile che, spesso, una lite violenta si trasforma in una scopata grandiosa.
Guardala! La vedi, attraverso la tenda socchiusa e la finestra aperta, rannicchiata nel letto, coperta solo da un fine lenzuolo che non la protegge dall'aria gelida della notte che entra dalla finestra che, ostinatamente, ha voluto lasciare aperta? Non è meravigliosa la mia bambina? Oh, certo, non meravigliosa secondo i vostri piccoli, miseri canoni mortali. No. La sua bellezza è qualcosa che va oltre, io la scorgo nella sua ostinata volontà di farsi del male, nella sua caparbia intenzione di umiliarsi. E' così meravigliosa che non potrei esistere, senza di lei. Guardala. Non vorresti anche tu farle del male ed aiutarmi a precipitarla ancora più a fondo, nell'abisso dove io vivo, per consegnarla ai miei artigli, alle mie zanne, e permettermi di sbranarne la mente, abbandonandola infine alla follia? Manca così poco. Solo un altro passo e le mancherà il terreno da sotto i piedi. Ha lasciato la candela accesa, troppo stanca per spegnerla, o forse troppo spaventata per rimanere al buio, sola con me, così puoi vederla tremare per il freddo e agitarsi seguendo i sogni che io le sussurro alla mente, proprio come quand'era bambina. La mia bambina.
...
Osservo il volto sconosciuto che ospita i miei occhi riflettersi nella superficie nera del lago.
Non è il mio volto. Appartiene ad un'estranea che non riconosco seppure, intimamente, sappia che sono io.
E' notte e fa molto freddo, troppo freddo per essere la fine di giugno.
Ho la pelle d'oca e sono sicura che sia persino livida. I capezzoli, per il freddo, sono così turgidi che mi fanno male.
Attorno a me intuisco, più che vederle, le cime di alte montagne che cancellano le stelle dal cielo, e sopra il mio capo una sottile falce di luna non è sufficiente a rischiarare questa nottata oscura.
Un passo ed i miei piedi, scalzi, si immergono nelle acque gelide.
Guardo il corpo nudo, bellissimo, che si specchia nel lago. Non è il mio corpo. Il mio corpo non ha nulla di bellissimo. Questo invece sarebbe perfetto, meravigliosamente bello, se non fosse che è completamente attraversato da cicatrici, bruciature, artigliate ancora aperte.
Moncherini di ali incapaci di sollevare in volo
Alle spalle vedo i moncherini di due ali, un tempo probabilmente bianche. Ora è come se un morbo indicibile le avesse contaminate, annerendole, smozzicandole, rendendole incapaci di sollevarmi in volo.
Un battito di martello sul legno, ed inizia un'asta.
So che è un'asta, anche se non vedo il battitore.
Riflessi nel lago, attorno a me, centinaia di volti. Tutti uomini. Tutti i miei uomini. Alcuni sconosciuti, forse dimenticati nel vapore del liquore del peccato, la tequila, forse non ancora incontrati. Alcuni volti, pochi, un tempo amati, altri detestati.
Mi fissano come fossi merce da acquistare.
Sento le loro voci scandire dei rilanci e comprendo che non saranno i soldi a comprarmi.
Ognuno offre il modo più turpe, violento e macabro per ferirmi ed umiliarmi, per farmi del male, che riesca ad ideare.
Chi troverà il modo più fantasioso, doloroso ed umiliante per ferirmi vincerà l'asta. Vincerà me.
Solo ora mi rendo conto che ho le mani legate dietro la schiena e che non posso scappare. Non posso andare da nessuna parte, se non verso quell'acqua nera, fredda, in qualche modo nemica.
E finalmente lo vedo, il battitore, a cui spetta il compito di valutare le offerte e scegliere la più appetibile, la più maledetta, la più dolorosa.
Il battitore d'asta.
Sono IO!
Non ho scelta. Nessuna scelta se non compiere un altro, ultimo passo in avanti.
Le acque scure, gelide, mi inghiottono.
Come un sasso affondo.
Verso una voragine nera. Sul fondo ad attendermi, lei. La Bestia. Che è me.
Che mi divora.
...
Guardala dimenarsi nei sogni a cui io l'ho incatenata. Non è stupenda, la mia bambina? Non è meraviglioso come, dormendo, cerchi di ribellarsi al giogo a cui io la costringo? Scalcia le coperte e rimane nuda, nella notte, la pelle livida di freddo illuminata dalla fiamma della candela. Guarda il cuscino, candido, su cui s'apre un fiore rosso di sangue, quando, nel tentativo di fuggirmi, morde le proprie labbra a fondo, ma né il freddo né il dolore possono liberarla da me. Perché io la amo da impazzire, e nella pazzia sarà completamente, definitivamente mia.
Nel giardino, oltre la finestra, fra le siepi di alloro, dietro l'oleandro che ora è fiorito, il caldo è insopportabile. Anche se si è alzato il vento è così caldo che neanche i grilli hanno la forza di cantare e l'unico suono che sento è il fruscio delle fronde delle betulle, oltre ad un altro fruscio, ben meno poetico, quello del ventilatore che dirige sulla mia pelle nuda un getto di aria fresca, che mi concede sollievo da questa afa, insopportabile per me che sono una creatura crepuscolare, autunnale.
La fiamma della candela ondeggia, oggi più distante per poter sopravvivere al vento artificiale che mi soffia addosso, e disegna ombre danzanti che sembrano volersi staccare dalle pareti per partecipare di questa notte che sembra seta.
Questi sono i giorni in cui l'umanità si abbandona alle sfrenate pratiche pagane dei riti estivi, le donne sono sempre più svestite, i corteggiamenti sempre più espliciti, gli accoppiamenti sempre più promiscui.
Io, invece, preferisco abbandonarmi ad un ritiro solitario e purificatore.
Non è tempo per la Nebbia, questo. Se ti guardi attorno non ne troverai traccia. Se chiudi gli occhi non riesci a sentirne le dita fredde che si arrampicano sulla tua schiena.
Resto sola, nel silenzio frusciante di ventilatori e foglie, e mentre carezzo la mia pelle che sembra seta mi accorgo che in questo momento regna l'assoluta quiete.
Non parla nessuno.
Sono tutte addormentate, anche la Vocina, anche la Bestia.
Ci sono solo io.
E la piacevole sensazione della mia pelle sotto le mie dita.
Questa era la vanteria di cui andavo fregiandomi meno di due mesi or sono, quando dettavo le prime regole di questo mondo, fatto di nebbia, di buio, di freddo.
Di solitudine.
Siamo soli, amico mio. Io da un lato, e tu dall'altro della finestra.
Ci dividono la tenda, che ogni sera apro un poco di più, per permetterti di spiare più comodamente la danza della fiammella che la candela proietta su di me, un muro invalicabile, e la mia imperfezione di divinità incompleta.
Divinità di un mondo approssimato, tua creatrice, tua dea, regina e schiava.
Tuo tutto.
E tuo niente.
Incapace di darti quella scintilla divina che ti trasformerà da fantasia a realtà, donandoti la forza di scavalcare i muri, strappare i tessuti, e pretendermi.
Se Pigmalione ha amato così fortemente la sua creatura da donarle la vita, perché il mio desiderio non è sufficiente a trasformare te, entità plasmata nell'energia pura del pensiero, in creatura vivente, calda di sangue e pulsante di brama?
Quella stessa brama che so che ti brucia, notte dopo notte, istante dopo istante, e che ti fa desiderare di poter trasformare la mia materia in semplice energia, così da rendermi simile a te, allo stesso modo in cui io ti vorrei carne.
Come in un mito greco: tu mi guardi ed io mi lascio guardare, e assieme immaginiamo quell'attimo perfetto in cui la creatura può finalmente sfiorare il creatore, quell'unico punto dell'universo in cui le energie convergono in un unico istante, prima che lo specchio si capovolga, e io divenga il tuo sogno, e tu il mio creatore, il mio dio, il mio re, il mio schiavo.
E tu lo sai, qual'è quell'unico punto e quell'unico istante.
E' proprio il filo sottile che divide la sanità dalla malattia, un istante prima di lasciarsi cadere nel baratro, ed affondare in un vortice di follia, piacere e perdizione.
Perdizione, parola sopra ogni altra "affascinantissima", già te lo dissi, ma forse non lo ricordi e alcuni concetti vanno ripetuti.
Non esiste perversione, nel mio mondo.
Ogni cosa è lecita, fin quando ci sarà rispetto e fin quando saremo entrambi consenzienti.
Perversione è una parola malata, insana.
So che spesso dico di esserlo, malata ed insana, ma è un concetto relativizzato a circostanze particolari, e non sfiora quello che mi lega a te, che sei la mia creatura più perfetta. Cesellata in ogni più piccolo dettaglio, fino all'ultimo difetto.
Per tale ragione, nel mio vocabolario, la parola Perversione non esiste, ed è sostituita dall'altra, molto più sublime, Perdizione, appunto.
Abbandonarsi al desiderio, fino a perdersi in esso e lasciarsi divorare.
Desidero, fortemente desidero. Non posso fare diversamente.
Puoi incolpare d'omicidio la belva feroce che ha sbranato un uomo nella savana? E' nella sua natura uccidere!
Puoi incolpare me di desiderare? E' la discriminante che mi ha resa quello che sono. Volo, ergo sum!
Perdersi nel piacere di infiniti amplessi, ognuno diverso dall'altro, giocati con malizia, fantasia e nessun pudore. Il pudore è nato solo dopo l'invenzione del peccato, e io non conosco alcun peccato, non avendo nessun Dio che possa giudicarmi. (Solo dIo posso giudicarmi.)
Quindi ora chiudi gli occhi e lascia che la nebbia scivoli sul tuo torace, umida come i miei baci, respirala, dolce come il profumo delle rose che sono ancora fiorite in giardino, assaporala, fresca come l'aria di questa notte, pulita dal temporale che è appena terminato.
Lascia che la passione ti bruci, perché se io ne avessi modo ti farei davvero ardere di desiderio, prima di concederti sollievo, e sarebbe un lungo, dolce supplizio, a cui non porrei fine facilmente, e non mi lascerei convincere da tue eventuali rimostranze, perché è un bel gioco, vederti spasimare di brama, e vorrei prolungarlo più a lungo possibile.
E quando il fuoco diventasse così rovente da non essere più sopportabile, allora potresti essere tu ad esigere che l'incendio venga spento, a pretendermi.
La giornata è scivolata via nell'assoluta quiete del tempo sospeso, interrotta solo dal ricordo del passato che ha bussato alla mia porta per un aperitivo, per far tacere le voce dei fantasmi che si sono affacciati uno a uno alla mia mente, per ricordarmi di loro e costringermi a parlarne, e brindare alla loro memoria.
Ieri ti ho raccontato di alcune di quelle vite, di come io raccogliessi il loro dolore, restando in un angolo, osservando senza realmente unirmi alla sofferenza che li distruggeva, assorbendo le loro emozioni e portandole dentro di me, anche oggi, soprattutto oggi.
E' il prezzo che mi ero imposta per una vita che ho tolto, perché davanti a te, nella nebbia, c'è anche un'assassina, amico mio, ma questa è un'altra storia e non credo te la racconterò mai, perché non c'è vanto nell'essere causa del suicidio di qualcuno che hai amato, neanche se questo qualcuno si è trasformato in un mostro, neanche se ha provato prima a privare te della tua.
Tutte queste scintille di vita, splendide nella loro fragilità, è come se vivessero in me, e fra tutte ce n'è una, che si spense la notte fra il 30 ed il 31 maggio di molti anni fa, allo scadere del millennio.
Fragile, sensibile, ferito, piccola stella malata di malinconia, inguaribile ed incurabile. Poeta maledetto della mia generazione, alla ricerca continua di qualcosa che non sapeva trovare.
Troppo grande per questo mondo, troppo fragile per un businnes che lo ha stritolato, divorandolo come farebbe un bambino con una caramella.
Non voglio vantare ipocrite amicizie, come qualcuno che ancora oggi grida il suo nome da rinomati palchi, e che quei giorni collaborò alla sua distruzione più d'ogni altro. In realtà ci sfiorammo appena, per poco più di un anno, quando lui era l'uomo di mia sorella, ma questo poco fu sufficiente a raccogliere anche la sua, di confessione, e a mantenere un frammento della sua anima dentro di me.
Non voglio processare chi, per riavere il suo talento, gli mise fra le mani l'arma che l'uccise e da cui stava disperatamente scappando da diversi anni, con incredibili risultati.
Io non abito nel super attico, e se lassù c'è un inquilino, cosa di cui dubito fortemente, ci penserà lui a stabilire il prezzo delle azioni compiute da ognuno.
Io mi limito a ricordare chi, più di ogni altro, conosceva quella dannazione che indegnamente cerco di spiegarti, giorno dopo giorno, e di quella maledizione ne è morto.
Non c’ eri in compagnia... non eri qui
noi soli... poi sempre più... dov’eri tu?
per strada, nelle città e nei metrò
distorti, già morti, per poi rinascere nelle canzoni
Io c’ ero con chi non esiste più
e ha pagato il conto per noi!
c’ ero e non sai che ritornerò
che cosa sai di come volerò!?
Perduti, cambiati ma battuti mai
dispersi ... diversi da metà di voi
traditi ... feriti qui ... tu sai da chi
la voce feroce e noi ancora con la testa tra le mani
ci sono con chi non ci crede più
e corre contro il vento che c’ è
sono con chi non ci casca più
ma nasconde un segno in fondo a sè ...
... per strada, nelle città e nei metrò
chi smette e non vuole più suonare
non doveva cominciare!
Io sono con chi non sorride più
e grida per la rabbia che c’ è!
sono con chi ha una ferità in più
che fa tanto male ... tanto male ... tanto male!
Sono con chi non ci crede più
e corre contro il vento che c’ è
sono con chi non ci muore più
con chi non molla perché ormai sa volare!
Maledetti Massimo Riva
Devi sapere, amico mio, che gli esseri umani si dividono in due razze. Quelli che hanno un graffio sul cuore, e quelli che fingono di non averlo. Quelli che non ce l'hanno, invece, non sono esseri umani, ma fortunatamente si auto emarginano in luoghi dai nomi altisonanti quali Consigli di Amministrazione, Governo, Compartimenti Dirigenziali. Non rischi di incontrarli per strada, insomma.
Massimino, io, sicuramente anche tu che sei figlio di una mia fantasia, facciamo parte del primo tipo. Sanguiniamo, anche quando facciamo finta che no, va tutto bene, perché va tutto bene, ma a ogni battito del cuore quel graffio si riapre, e anche se è sottile come il taglio di una lametta brucia dannatamente, e sanguina sempre un pochino.
Non siamo altro che dei delinquenti, ma i nostri crimini sono rivolti tutti verso di noi, non verso la società, e siamo noi stessi giudici, giuria e carnefici dei nostri reati, e la notte, quando cala la nebbia, ci troviamo ad ascoltare il sussurro di ogni nostro fantasma, e allora alziamo il volume della radio, beviamo una birra, andiamo ad una festa, scopiamo. Qualsiasi cosa, per non sentire il mondo che viene a cercarci.
Riderò di niente mi berrò le tue bugie. Sputerò lacrime e sangue, io non vivrò come vorrei. Volo nella mia prigione c'è chi ha scelto per me. Il destino, bastardo... mi hai tradito.
Un delinquente che fugge da se stesso sono braccato dalla verità. Alzo la radio se suona il telefono sopravvivo qua.. Non pago mai le multe, le bollette e vivo con il frigo rotto
Venderò i sentimenti e strozzerò la nostalgia ma l'utopia.. quella no quella chi me la porta via! Mangio pane ed illusioni mi diverto così. Il destino bastardo.. mi ha tradito
Un delinquente che fugge da se stesso sono braccato dalla verità. Alzo la radio se suona il telefono sopravvivo qua.. Il conto sempre in rosso, sono un cesso e tu che mi hai mollato perché russo.
Ma forse sono felice tu cosa ne sai..! ..dentro il mio passato è già successo tutto ormai!
Mangio pane ed illusioni, io mi diverto così. il destino bastardo mi ha tradito...
Un delinquente che fugge da se stesso, sono braccato dalla verità. Alzo la radio se suona il telefono sopravvivo qua... Trascuro l'esistenza, l'apparenza e questo senso di impotenza è... ...è come me... ...proprio come me... ...assomiglia a me...
Un delinquente Massimo Riva
Vedi, amico mio, ti sto parlando di Massimino, ma è come se ti parlassi anche di Lucien, di Willie, di Marco, di me.
Sto parlando anche di te, cazzo!
Svegliati, là fuori dalla mia finestra e grida anche tu la rabbia che ti urla nelle orecchie.
E' la Nausea di Sartre, lo Spleen di Baudelaire, è la mia Dannazione. Non importa che nome gli dai, o come la descrivi.
E' malattia.
Febbre.
Ansia di vivere.
E' sangue, che nervoso pulsa nelle vene, e vorrebbe di più, sempre di più.
L'atmosfera non si rompe, mai è pericoloso farlo sai! Oltretutto mi soffoca il cuore no amore... non toccarmi in contropelo mai!
Il mio sangue nervoso scorre deluso verso un destino fatto così.. Sarò pure sbagliato ...anche malato... Tendi la mano... credimi Il mio sangue è nervoso è tanto nervoso non toccarmi contropelo... ...mai
L'entusiasmo se n'è andato ormai forse è meglio se tu te ne vai. Che oltretutto mi piange un po' il cuore ...però amore... non toccarmi contropelo, mai! ..proprio mai!
Il mio sangue è nervoso e mi esce dal naso verso un destino fatto così.. sarò pure sbagliato ...anche malato... Tendi la mano... e credimi Il mio sangue è nervoso è tanto nervoso non toccarmi contropelo... ...mai!
Da bambino io guardavo il mare ora credo che dovrò soffrire! Oh no, per favore portatemi via...
Il mio sangue è nervoso e mi esce dal naso verso un destino fatto così.. Sarò pure sbagliato ...anche malato... Ma tendi la mano...e credimi Il mio sangue è nervoso è troppo nervoso non toccarmi contropelo.. ..MAI!!
Sangue nervoso Massimo Riva
Sono quattordici anni, ora, che quel maledetto stantuffo ha spinto nel tuo sangue la dose letale. Quel sole artificiale, che non salva dal congelamento, ti ha bruciato, e ancora ricordo alcune parole che col senno di poi sembrano profetiche.
O semplice, velata anticipazione di un'intenzione. Prima o poi me lo verrai a confessare.
Per ora voglio ricordarti con la tua più bella favola, uscita postuma.
La favola di un pilota nazista che stanco dell'odio, della morte e della guerra, stanco di uccidere, diserta, invece che bombardare Londra l'oltrepassa, diretto all'oceano, per volare alle Hawaii. Una favola di speranza. La tua utopia.