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12/07/14

Alla memoria...




E così anche Tommy ci lascia, e dei "fratelli" Ramones rimarranno solo note immortali.

Cosa sono, per me, i Ramones?

Sono l'assoluta incoscienza dei primi vent'anni, quando splendi della magnificenza della gioventù inconsapevole di sé stessa e della morte.

Ricordo...

Quattro concerti, un totale di circa sei ore di assoluto abbandono alla frenesia...

Pogare, lasciare che il corpo si muova in mezzo ad altri corpi, finché c'è ancora un filo di energia, e se finisce... ci si può sempre ricaricare, perché noi siamo immortali, potenti, giovani.

Ricordo il primo concerto... Se chiudo gli occhi, ancora rivedo ogni istante speso a prepararmi a quell'evento: i Ramones sbarcavano al Palasport di Modena, per la prima volta.

Era... non ricordo con certezza, 85 o 86, credo.

E per me era un vero e proprio battesimo, abituata più che altro a concerti autogestiti di gruppi italiani, avere la possibilità di vedere, sentire, respirare... i Ramones...

L'intera giornata fu spesa alla preparazione rituale per quell'evento.

Quando varcai la soglia, i miei tre accompagnatori persero qualche anno di vita, tentarono in ogni modo di convincermi a cambiare vestito, poi si rassegnarono a dover trascorrere l'intera serata a farmi da guardie del corpo, visto che per quell'occasione avevo deciso di esporlo in modo alquanto... disdicevole.

Così facemmo l'ingresso al Palasport di Modena, tre punk dallo sguardo truce che fulminavano chiunque posasse lo sguardo su di me, attorniavano la sottoscritta vestita di un costume da bagno, completamente inguainata in calze a rete, appositamente seviziate per diventare pantacalze e maglia, avvolta interamente da un'unica, lunghissima catena, che nasceva dall'anfibio destro e si arrampicava lungo la mia gamba, i fianchi, il collo ed infine il braccio, a cingere il polso opposto. Unico indumento meritevole di tal appellativo: un giubbotto di pelle nero, completamente dipinto con la vernice bianca, pieno di spillette varie.

Trascorsi tutto il concerto sotto al palco, a pochi centimetri dai quattro ragazzacci del Queens (purtroppo anche centrata da qualche sputacchio di Joey), a pogare.

Tenete caldi gli strumenti, ragazzi, che ho intenzione di tornare a divertirmi con le vostre schitarrate!









18/02/14

(non) Appartenenza


Questo, amico mio, è lo sfogo di chi non vuole essere rinchiuso sotto l'egida di alcuna bandiera.

Non ti parlo mai, in queste pagine, di politica, e non parlo mai dei miei pensieri, se non quelli più intimi e mostruosi, che riguardano solo me.

Ma in questi giorni sto avvertendo il morboso bisogno di conclamarlo al mondo intero.

Ogni mia parola, sia stata vergata qua, in questo luogo in cui la mia identità è "segreta", o pubblicamente, nei miei racconti e nei miei commenti sui social network, è semplicemente contro.

Non ho un'aureola pentastellata, non appoggio la destra, anche se il nero è il mio non colore preferito, e non appoggio questa sinistra, anche se spesso al nero abbino il rosso.

Posso affermare che, in questo mondo, non c'è nessuno che mi rappresenti.

Io sono semplicemente io, con le mie nevrosi, con la mia follia, con il mio edonismo privo di freni.

Unica, diversa, e per tanto SOLA!

Questo è il mio testamento spirituale, e se qualcuno, in futuro, dovesse appropriarsi di quanto io dico o scrivo per farne la propria bandiera ci sarai tu, che potrai smentire e affermare che io ero semplicemente contro.

E come recitava un famoso slogan pubblicitario degli anni 80:

"Fermate il mondo, voglio scendere."






24/12/13

Auguri?




Dato il proliferare di auguri natalizi, non posso esimermi di farli pure io. 

A modo mio. 





17/12/13

Mostri



Strano orario questo, per me, amico mio.

Fuori un'alba color del sangue si fa strada cancellando le ultime vestigia di una notte agitata, piena di sogni che, uno dopo l'altro, mi hanno trascinata in un abisso di ansia ed angoscia e che, ancora, non mi da tregua.

Non c'eri, fuori dalla mia finestra, quando avrei avuto bisogno di una presenza per cancellare l'orrore della pazzia che avanza.

O forse eri là, ed osservavi, fedele al compito di voyeur che ti ho affidato ormai svariati mesi or sono, godendo della sofferenza che, con sadismo chirurgico, mi infliggo notte dopo notte, quando il sonno cancella ogni difesa, lasciando liberi i mostri che vivono dentro di me.

Che sono me. 

Che mi divorano. 

Una delle inquietanti presenze del Parco dei Mostri di Bomarzo

Emozioni. Non ne ho mai abbastanza. E' la mia maledizione. Sempre più intense e travolgenti, fino ad assefuarmi ad esse, fino a non riuscire più ad avvertirne.

E' come una droga. Ne voglio sempre più, sempre di più intense, al punto che nulla è in grado di emozionarmi, se non le visioni folli che scaturiscono dalla mia mente malata, durante la notte.

Ad accompagnare i sogni la certezza di una presenza, che osserva, e non sei tu, amico mio, è lei, la Bestia, che come te gode del vedermi rantolare nel letto, e la sua voce che, suadente, mi chiama, mi impone di raggiungerla, in un luogo da cui so non esserci ritorno.

Per questo sono qua, amico mio, questa mattina, quando fuori non c'è traccia di nebbia ed io non dovrei essere. Sono qua per cancellare quella voce che mi chiama, perché so che se l'ascolterò troppo a lungo, finirò per seguirla.

E quando accadrà tu, figlio della mia schizofrenia, cesserai di esistere, e per me non ci sarà ritorno.





05/12/13

Lobotomized






Giusto per esplicare alcuni dei miei pensieri della serie: "ai confini della realtà" quest'oggi mi è venuta voglia di ampliare il discorso che ho accennato nel post di ieri, riguardo le pubblicità straniere e quelle de "noartri".

Giusto per dimostrare come, probabilmente, noi italioti siamo ormai lobotomizzati, cerebrolesi, assuefatti ad ogni bassezza commerciale.

Dove all'estero viene prodotta arte a noi rifilano improbabili pupazzetti animati e spazzatura.

La mangiamo e ringraziamo anche.

Che vuoi farci, amico mio, ognuno ha quel che si merita.



Noi: 

Loro: 

...

Noi:

Loro:


Loro:

...

E per smentire quanto detto sopra, voglio chiudere con una compilation di mini spot trash che, pur essendo stranieri, non stonerebbero per nulla sui nostri schermi. 


E ricordati, amico mio, di non essere mai troppo veloce a trarre giudizi affrettati! 

Io non lo farò. 




11/11/13

Nebbia









Ci sono momenti in cui la nebbia è così fitta che quanto è celato al suo interno rimane un mistero.
Tanto fitta da avvolgere quanto nasconde come in un freddo, umido sudario.
Ciò che è segretamente custodito muta e c'è un momento in cui come crisalide squarcia il velo.
Adesso non è quel momento.
Non ancora.



...




Non so cosa sia successo sta notte ad Antonio Bay,
dalla nebbia è uscito qualcosa che ha cercato di distruggerci
e improvvisamente è svanito. 
Ma se tutto questo non è stato solo un incubo
da questo momento nessuno andando a letto sarà più sicuro di risvegliarsi vivo.
A tutte le barche al largo che ricevono la mia voce io dico
tenete d'occhio il mare,
scrutate l'oscurità,
la nebbia è in agguato.

Jhon Carpenters 
"The Fog"     
1980        







17/08/13

02/08/13

2*8*1980


Anche se il Blog è chiuso per ferie ci sono momenti che non vanno dimenticati. 









Incise nella pietra e nel vetro, macerie urlano una vendetta che non troverà mai soddisfazione. 






Il macellaio continuerà a ridere, nel retro della sua bottega. 






Ma ancora oggi, dopo trentatré anni, in quel luogo il tempo si è fermato. 

E la memoria piange. 

Sui giornali, in prima pagina, in seconda, in terza, solo vaneggiamenti su una condanna beffa. 

E devi scendere in terza o quarta, perché qualcuno ricordi la beffa più grande. 

La morte della giustizia. 






31/07/13

Agosto





Anche se non sarò mai troppo lontana da un computer da non sbirciare di tanto in tanto
Anche se non sarò mai così lontana da uno smartphone da non poter scrivere, se mi viene voglia.
Questa non è stagione per la Nebbia. 

Il caldo rende proibitivo l'utilizzo massivo di alta tecnologia
Un buon libro produce decisamente molto meno calore di un PC e si può maneggiare anche sui colli
Leggere richiede meno dispendio energetico che scrivere.

Ci rivediamo a settembre. 
Forse. 
Quando sarà di nuovo il momento della nebbia. 

Non fate i bravi! 



27/07/13

Il fiume e la nebbia

Senza parole... 








Qui non è successo niente
e non credo cambierà
come quest'acqua tra le sponde
non si ferma, ma in realtà

non ha mai cambiato il senso
e del resto come può
a quel mare io ci penso
ma mi fa paura... un po'. 
Qui non è successo niente
e non credo cambierà
e non è colpa della gente
è il cielo grigio che c'è qua

è questa nebbia che confonde
e che ci inghiotte sempre un po'
e con amore ci nasconde 
in una parola è il Po

E' per colpa di quel fiume se io sono ancora qui
perché un giorno c'era un ponte che univa gli argini
mentre adesso questo fiume in fondo è tutto ciò che ho
e tra diecimila anno è sempre qui che aspetterò

Perché in fondo il mare ha un lato
un solo lungo lato blu
e anche lo sguardo più allenato
non può vederne mai di più

mentre chi vive accanto a un fiume
anche se è grande come qui
vede benissimo il confine
e non può credere ai miracoli

E' per colpa di quel fiume se io sono ancora qua
perché un giorno su quel ponte mi fermai a metà
e quest'aria che mi opprime in fondo è tutto ciò che ho
fino a quando l'altro lato dei miei sogni troverò

Qui non è successo niente
e non credo cambierà
come quest'acqua tra le sponde
non si ferma, ma in realtà

non ha mai cambiato il senso
e del resto come può
a quel mare io ci penso
ma mi fa paura... un po'.



Daniele Silvestri
Il Fiume e la Nebbia




25/07/13

Il buco #5 (paragrafi 13 e 14)


13.

Mi sveglio di colpo, madido di sudore. Il televisore trasmette un vecchio film di guerra in bianco e nero, e l’intera stanza (terra) è illuminata da una luce grigia. Non ci sono più colori perché tu, laida presenza nascosta nel buco, li hai assorbiti tutti, goccia per goccia.

E mi osservi, dal tuo sicuro riparo.

Ma io ora lo so come fermarti.

E non sarò così scemo da disporre delle inutili trappole.

Mi alzo.

Lo specchio del bagno mi rimanda l’immagine di uno sconosciuto.

Tolgo la camicia e la ripongo nel cesto della biancheria.

E adesso siamo soli, io e te.

Adesso

Ti massacro

Ti stritolo

Ti schiaccio

E tu muori

Muori

Muori cazzo!

Si! MUORI!!!


14.

La città si è tinta di un grigio smorto.

Serpeggio fra un’auto e l’altra, evitando il contatto diretto dello sguardo con i lampeggianti blu, per non restare abbagliato.

Davanti al portone, ferma, con le porte posteriori spalancate, c’è un’ambulanza bianca e rossa, circondate da alcune auto della polizia, che le bloccano la strada in caso debba partire di corsa.  

Il poliziotto in divisa che sta sulla porta mi riconosce al volo, e mi dice di salire al terzo piano.

La porta è aperta (sfondata) su un salotto illuminato solo dalla luce che proviene da una televisione. L’Ispettore Capo mi attende all’interno e mi scorta lungo un corridoio tappezzato dal volto di alcuni poliziotti che conosco bene.

Sembrano secoli, ma alla fine attraverso lo spazio angusto, sfiorando con le spalle i corpi dei presenti, che appiccicati alle pareti sembrano poster sbiaditi.

Faccio un cenno di saluto a Fabbri, che ricambia controvoglia, poi do una pacca sulla spalla a Lazzarini, che al mio tocco si accascia contro la parete, quasi a volervi sprofondare dentro. Non vedo il suo collega, quell’idiota di Santi, ma non può essere molto distante.

Ecco, nell’oscurità prende forma e lo vedo.

Metà dentro e metà fuori dal bagno.

Un buco.

Rosso.

Che sembra un fiore di carne.

Che divora ogni colore, lasciando tutt’attorno solo grigio.

Un buco rosso. Che sembra un fiore di carne in cui gocciola ogni colore del mondo.

E al suo interno spunta metallica una lama, come una spina.

Una spina metallica. Al Centro di un buco. Nel centro di un torace. Nel centro di un uomo. Nel centro della porta del bagno. Nel centro di un palazzo. Nel centro della città. E scommetto che salendo ancora, su, fino oltre l’universo. Nel centro dell’universo ci sarebbe solo quel buco.

Alzo lo sguardo e fisso Fabbri, che sembra quasi sul punto di piangere.

Mi avvicino al corpo ed inizio i primi rilevamenti, temperatura interna, rigidità cadaverica, ora presunta della morte, compatibilità della ferita e della posizione dell’arma con un colpo auto inflitto. Riferisco al Capo ogni cosa, tranne un dettaglio. Dopo aver conficcato il coltello nello stomaco, puntato verso l’alto, passando dietro lo sterno come a voler raggiungere direttamente il cuore, la vittima lo ha roteato più volte nella ferita, creando quel buco slabbrato, rosso, che sembra un fiore.

Mentre proseguo il mio esame poso delicatamente un fazzoletto bianco sul volto della vittima. Noto compiacimento nei poliziotti presenti, che non sanno che non è un gesto di riguardo, ma l’incapacità di sopportare quegli occhi sbarrati che mi fissano, e quel ghigno sadico che contrae le labbra, schiuse su una fila di denti bianchi, come se fosse sul punto di scattare verso la mia gola ed azzannarmi.

Sto scarabocchiando il certificato di morte quando, con la coda dell’occhio, proprio là, sul fondo del bagno, noto un movimento fulmineo. Grido e lascio cadere la penna, mentre l’indice destro tremante si punta accusatorio verso un cumulo di plastica abbandonato al suolo.

Il Capo ridacchia, scavalca il cadavere e con un piede smuove quel che altro non è che la tenda della doccia, strappata dai suoi supporti e gettata a terra, chissà per quale motivo, rassicurandomi che non c’è nulla di cui aver paura, ma che comprende come io possa avere scambiato un riflesso sulla plastica traslucida per una presenza inquietante.

Percorrendo il Centro di Bologna ci si può
imbattere in canali a cielo aperto, proprio come
a Venezia. 
Gli infilo in mano il certificato di morte, e scappo via da quell’appartamento, incurante del sarcasmo che ho suscitato nell’Ispettore. Corro giù per le scale, come uno scolaretto si avventa verso l’uscita al suono della campanella e mi ritrovo in strada.

Alzo il capo al cielo, a lasciare che la pioggia grigia mi lavi di dosso quella sensazione di orrore che mi ha assalito e mi accendo una sigaretta.

Calmati, sei solo scosso. In fin dei conti non capita tutti i giorni di vedere un uomo che si trasforma in un buco.

Mi incammino per le vie del centro, diretto all’obitorio, e d’improvviso avverto un formicolio alla nuca.

Mi giro di scatto ma non c’è nessuno dietro di me, nessuno davanti a me, nessuno neanche affacciato alle finestre del vicoletto del vecchio ghetto ebraico.

Nessuno. Non c’è nessuno.

Eppure so che se anche i colori torneranno al loro posto, prima o poi, il mondo non potrà mai più essere lo stesso, dopo la comparsa di quel buco. 






Fine?

24/07/13

Il buco #4 (paragrafi 10, 11 e 12)



10.

Mi sembra di non dormire da anni.

La corsa in moto non mi aiuta a schiarire i pensieri, e quell’immagine, che ormai accompagna ogni singolo istante della mia vita, corre più veloce dei 220 cavalli che rombano sotto al mio culo.

La porta a vetri della centrale mi restituisce la faccia di uno sconosciuto.

I vicoli del Ghetto Ebraico. Di notte sono bui e angusti.
Un brutto ceffo, dalla barba sfatta da troppi giorni per essere volutamente trascurata, capelli che reclamano urgentemente un pettine, camicia stazzonata sotto al giubbotto di pelle. Da mollargli il portafogli senza che te lo chieda, se lo incontri di notte nei vicoli bui del vecchio ghetto ebraico.

L’ufficio è pigramente immerso nella solita penombra fumosa.

Fumosa, certo. La legge è uguale per tutti tranne che per noi sbirri e il divieto di fumare negli uffici pubblici vale ovunque tranne qua.

Se sei così stronzo da finire in gabbia qua dentro puoi anche morire per fumo passivo, ma se hai appena sbattuto in cella una puttana rumena che ha infilzato il fermacapelli nell’occhio destro del protettore insoddisfatto dei suoi introiti, non esiste legge al mondo che possa privarti di una sigaretta. Ed anche di un bicchiere di qualcosa di forte. Molto forte.

Fabbri è riapparso. Mi saluta. Con imbarazzo. Sa che l’ho visto quasi piangere. Lui, la roccia, lui che ci ha cresciuti tutti e ha salvato le chiappe di metà di noi. Stava per frignare come un infante.

E’ qualcosa che cambia i rapporti fra colleghi, questa.

Per darmi un contegno vado a frugare fra i verbali della notte precedente.

Due furti con scasso.

Una rissa fra ubriachi.

E questa? Questa è carina.

Un tizio è stato denunciato da Andreina, un vecchio trans che batte in fiera e che ho fermato ormai un miliardo di volte. A quanto pare, sto pirla aveva portato Andreina a casa, dove ad attenderli c’era una recalcitrante consorte da convincere di quanto possa essere piacevole prenderlo in culo. Me l’immagino, con il tono da checca isterica, gridare che lei non è mica un’esibizionista, e se questi etero schifosi hanno bisogno di emozioni forti, per godersi la vita, che trovino qualcun altro per simili porcate (o almeno alzino di molto la parcella). Riesce persino a strapparmi un sorriso sghembo, il primo dopo non ricordo più quanto.

Ecco. Ci siamo. A rapporto davanti all’Ispettore capo. Non ride, non sorride neanche. Nessuna traccia di scherno, e neanche biasimo.

Sto rigido ed impettito, in attesa di sapere se mi ritira il distintivo per malattia mentale o se mi sbatte direttamente nella gabbia di sotto per stupro.

Sono un uomo fortunato, di due, nessuna delle due ha fatto la stronza, congiuntura astrale più unica che rara.

Riprendo a respirare nel momento in cui lui mi rivela cosa vuole da me. Un marito sta prendendo a calci la porta di casa dove la moglie si è rinchiusa dopo averlo sbattuto fuori. Devo andare a fermarlo. E possibilmente riportare la pace coniugale. E condominiale, soprattutto.

Cazzo, lo sapevo. La strizzacervelli. Sei proprio un uomo senza palle, Capo. Al tuo posto io la terrei così impegnata, quella bella bocca che si ritrova, che col cavolo che ti racconta che uno dei tuoi più promettenti sottoposti è fuori di melone.

E adesso solo liti domestiche mi affibbi.

Che ci vada una pattuglia, a sedare i bollenti spiriti dei due vecchi, tento di contrattare. Secco diniego del testone pelato del Capo.

Dicono che gli uomini perdano i capelli per il troppo testosterone, ma tu mi sa che sei impotente, se la tua ragazza (troia)  ha tempo di raccontarti di me, quando siete assieme.

E Fabbri? Non potrebbe andarci Fabbri? Tanto con le sue ultime performance potrebbe essere la nostra punta di diamante per le emergenze familiari. Va ad insegnare al marito di turno come far così tanta pena da convincere la moglie a riaprire la porta, e se proprio non funziona potrebbe piagnucolare insieme a lui. Fabbri, la roccia, maestro di vita.

Mi rendo conto che pronuncio ogni tentativo di scavarmi di dosso questo incarico con voce sempre più alta e sento le mani tremare, le serro a pugno per fermarle ma il gesto non sfugge affatto al Capo, che mi chiede se vada tutto bene. Gli urlo in faccia che sto bene. Va tutto bene. E’ solo che ho qualche problema a dormire, ultimamente.

Tutto sommato sono riuscito a liberarmi da quell’infamata dei due vecchi litigiosi, visto che decide di concedermi una settimana di ferie non richiesta.

Bene. Forse tutto sommato non è una brutta idea. Mi riposo, mi riprendo, mi prendo cura di me, un bel giro in moto, chissà, potrei andare in Umbria, magari. Adesso però mi limito a salire sui colli e godermi questa inaspettata libertà. C’è il sole, ed in autunno si tingono di ogni tonalità dal giallo al rosso. Rosso. Come quel buco che sembra un fiore. Di carne. Con spine bianche che ne trapassano il centro. E che nei miei sogni (incubi) diventa nero. Un buco nero. Una voragine. Che si affaccia sulla mancanza di tutto.
I Calanchi dei colli bolognesi. In autunno sono grigi
e spogli, e strisciano verso valle come dita scheletriche



Alberi spogli mi corrono incontro, per poi superarmi e sparirmi alle spalle, mentre la strada stretta segue il profilo dei calanchi, che, a guardarli ora con il sole basso dietro S. Luca, sembrano trasportati qua dalla Luna. Grigi, nel rosso di questo tramonto autunnale. Sgraziate e scoscese argille, plasmate da ere di pioggia, che strisciano sul fianco del colle fino a valle come dita scheletriche (o costole spezzate).




11.

Chiudo la città fuori dalla porta e fisso il catenaccio. Non riuscirà ad entrare.

Controllo il cucinotto. Nessuno.

La camera da letto. Nessuno.

Il bagno. Nessuno.

Cazzo, la tenda della doccia si muove.

Un balzo felino e la strappo via dal tubolare che la sorregge. Nessuno.

Stai andando a pezzi, te ne rendi conto?

La televisione mi fa compagnia. La lampada è ancora a terra, rotta. Il soggiorno è vuoto, come tutta la casa. Apro una birra, incollo le labbra al collo della bottiglia. Un formicolio alla nuca, qualcuno mi sta fissando. Mi giro di scatto. Nessuno? Eppure mi pare che qualcosa si sia mosso, ma non c’è nessuno. Scaglio la bottiglia ormai vuota contro la parete. Vetri infranti tintinnano fin sul pavimento. Quello del piano di sotto batte con la scopa sul soffitto, per intimarmi di non far casino.

Si fotta.


12.

Goccia dopo goccia ogni colore del mondo scivola dentro al buco. Rosso. Che lentamente, con tutti i colori che si mescolano al suo interno, si tinge di nero. Nero. Un buco nero. Aperto sul nulla. E sul fondo del buco l’orrore.

Ecco dove ti nascondevi, piccolo bastardo.

Contorto, distorto, caricatura di un minuscolo uomo. Mani artritiche ornate da unghie ritorte graffiano la parete di quel nulla nero. Testa troppo larga per spalle rachitiche. Un piccolo, osceno mostro. Che vive sul fondo di quel buco. Nero. Sia il mostro che il buco.

Che stupido. Con tutte le sue lauree pensava di catturarti con trappole per topo?


Non esiste una trappola che possa catturarti, ma io so come fermarti. Ora lo so. 


Segue -->>



18/07/13

Il buco #3 (paragrafi 7, 8 e 9)


7.

Non posso stare in casa questa sera. Devo uscire e non pensare. Devo far qualcosa. Devo scrollarmi di dosso questa sensazione di essere sempre osservato.

Stai andando a pezzi, lo sai?


8.

Gran brutto momento, questo, per smettere di fumare. Esco dal locale lanciando un cenno di intesa con il barista che mi farà trovare il mio posto al bancone e una birra gelata ad attendermi al ritorno, ed accendo una sigaretta.

Mi sento osservato, e m’accorgo di due tipe, due sciacquette da poco. Così conciate sembrano due contadinotte che credono di essersi vestite alla moda, ma che in realtà ricordano più due prostitute d’altri tempi.

La biondina è una gatta morta ma la mora non è poi tanto male, occhi scuri e profondi, due belle tette ampiamente mostrate dalla scollatura, labbra grandi, da bocchinara. Ridacchiano fra loro, e solo quando mi avvicino smettono di parlottare a voce bassa. La bionda da un bacio a fior di labbra all’amica e si allontana, lasciando chiaramente intendere che hanno già deciso chi delle due si sarebbe fatta sbattere.

Poche parole di intesa, l’offerta di una birra, il conto, e lei è già stretta a me sulla sella della mia moto, il seno premuto alla mia schiena, le labbra che soffiano sul mio collo e le mani che, con la scusa di aggrapparsi per non cadere, scendono fino alla patta dei miei calzoni, stuzzicandomi.

Il tempo di salire in casa ed è già nuda, inginocchiata davanti a me, a succhiarmelo. Brava, troia, che sai qual è il tuo posto, ma non è questo che voglio. Devo scaricare la tensione che mi sta dilaniando, quindi girati alla pecora e fatti sbattere come si deve. Forte. Più forte. Più forte ancora.

Smettila, cazzo, smettila, le stai facendo male.

I suoi gemiti sono diventate urla, e la voce è spezzata dal pianto e dalla paura.

La lascio di colpo, spingendola lontano e fissandola come se fosse un alieno infilatosi nel mio letto, e lei corre a rannicchiarsi nell’angolo della stanza, guardandomi, sbiascicando parole senza senso, tirando su col naso e fissandomi con gli occhi scuri sgranati, giganteschi, come se due buchi neri avessero inghiottito tutto il resto del suo volto.

Scusami, non so che mi è preso. Sto vivendo un periodo così strano. Non volevo farti male. Volevo solo divertirmi assieme a te e scaricare la tensione. Passare qualche momento piacevole, senza pensare.

La guardo vestirsi rapidamente, mentre ancora farfuglio incomprensibili parole di scusa, e sgusciare via dall’appartamento, infilandosi in una fessura della porta che richiude subito dietro di sé, forse per paura che io cambi idea e la segua, per trascinarla di nuovo dentro.

Che cazzo ti è saltato in testa? Già la strizzacervelli starà con l’ispettore capo a raccontargli di quanto sei fuori di testa, ed ora c’è pure sta troia che potrebbe denunciarti per violenza.

Hai proprio deciso di mandare a puttane la tua un tempo promettente carriera?


9.

Qualcuno mi sta fissando.

Rovescio la lampada da tavolo e nel buio balenante
di televisione mi guardo attorno.
Mi alzo di scatto dal divano, rovescio la lampada da tavolo, e nel buio balenante di televisione mi guardo attorno.

Sono sudato, ho il cuore in gola e là, vicino alla libreria, c’è qualcosa che si muove così rapido da non riuscire a distinguerlo.

Un brutto sogno. E’ stato solo un brutto sogno.

E qua non c’è nessuno, questo è il tuo solito appartamento, sono le 5 di mattina e fuori è ancora buio.


Nessuno che sfonda la porta per arrestarti per stupro. 

Nessuno in casa.

Nessuno.

Ci sei solo tu!


Dormi!



Segue