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22/05/13

L'uomo del telefono #7.1

Non ricordo granché del viaggio fino al residence, se non che dallo stereo della sua auto super accessoriata usciva il canto di un angelo. 

"Che bella musica..."

Ride, la sua risata calda, profonda, un po' saccente, la stessa che gli adulti riservano ai bambini quando fanno un commento ingenuo e un po' fuori luogo.

"Non la conosci, bimba? Ma dove hai vissuto fino ad oggi? Che musica ascolti? Non sarai tipo da ascoltare i Pooh o Masini, spero." 

Sento che mi guarda, e io lo ricambio con un'occhiataccia fredda e offesa. 

"Ascolto di tutto: Rock, Hard Rock, Punk, Metal, Dark, poi diversi cantautori, De Andrè, Graziani..." 

Non mi permette di terminare l'elenco, imponendomi il silenzio con un gesto imperativo della mano destra che protende davanti a me, per aprire il cassetto portaoggetti e lasciarmi cadere in grembo la custodia di un triplo cd, con la medesima teatralità di un prestigiatore che estrae il coniglio dal cilindro.

"Non ci siamo. Non può esistere il tutto, al di fuori del Jazz." 

Prendo fra le mani la custodia, una compilation da pochi soldi, di quelle che trovi nei cestoni degli autogrill, e leggo: le Grandi Stelle del Jazz, poi nomi che in qualche modo mi sono più o meno noti, ma più per sentito dire che per altro: Nina Simone, Ella Fitzgerald, Judy Garland (ma non è la bimba idiota del Mago di Oz?), Billie Holiday, e altri, per me del tutto sconosciuti.  

Estrae il cd dal lettore e me lo porge. 

"Tienilo. Impara ad amare la Vera Musica, bimba." 

E da quel momento il Jazz mi è entrato nel sangue, qualsiasi genere di Jazz. E ogni genere di Jazz ha il momento perfetto per essere ascoltato e il giusto stato d'animo da accompagnare. 

Non è il rock, la musica del demonio, i puritani degli anni '50 si sbagliavano, è il Jazz. 

Che ti rapisce i sensi e ti scioglie l'anima.

Che sa farti vibrare di desiderio e passione, e sa persino farti piangere, se serve. 

Scommetto la mia anima, per quel che vale, che i baccanali che si tengono all'inferno sono al ritmo di Jazz. 




Superiamo la cancellata semplicemente mostrando una tessera che certifica la nostra legittima presenza al residence. 

L'auto scorre lungo i vialetti tutti uguali senza incertezze, chiaro segno che Voce Profonda è già andato a vedere qual'è il bungalow che ci è stato riservato, e si ferma accanto al numero trentatre. 

Come entriamo noto subito traccia del suo passaggio. 

Sul tavolo, un po' assetata, una rosa dai petali gialli che sfumano al rosa sui bordi. 

"Ho bisogno di farmi una doccia." 

"Mi sembra un'ottima idea. La cena dovrebbe arrivare a breve, sicuramente quando avrai finito sarà servita. E vedi di non rivestirti. Un telo da bagno sarà sufficiente." 

Mi lascio alle spalle la zona giorno, la camera da letto è grande, pulita, più che dignitosa. 

Altre tracce di lui. 

Una borsa da viaggio. 

Un notebook. 

Sul letto un pacco regalo della dimensione di una scatola da scarpe, e sul comodino una rosa. Gialla pure questa. (Ma che c'ha, la fabbrica delle rose color gelosia, Voce Profonda?) 

Ignoro il tutto e mi infilo direttamente in bagno, ho bisogno di ritrovare le energie, e solamente una doccia bollente può rimettermi al mondo, ora. 


...

Quando riappaio nella zona giorno il piccolo salottino è illuminato da svariate candele, ed il notebook si è trasformato in un lettore mp3 che diffonde le allegre note di uno swing di Benny Goodman.

Sul tavolo due bottiglie di birra da sessantasei centilitri di nota marca baffuta e due cartoni da pizza. 

"E' questo il servizio in camera che aspettavamo con tanta ansia?" 

"Sai, il guaio è che qua non fanno servizio in camera. Ho dovuto ordinare ad una pizzeria da asporto." 

Mentre divoriamo le pizze lui mi indottrina sul jazz, mi fa ascoltare passaggi particolari, mi spiega perché non esista altra musica, secondo lui, ed io mi sento molto un'adolescente che stia cercando di sedurre il proprio insegnante con ben scarsi risultati perché, nonostante io indossi solo un telo da bagno avvolto attorno al corpo, per lui sembrano esistere solo gli ottoni, i bassi, le percussioni e il pianoforte, in questo momento. 





"Ti sei accorta che ti ho preso un regalo?" 

"Ho notato qualcosa, sul letto, ma mamma mi ha sempre detto di non toccare le cose che non mi appartengono." 


"E da quando fai quel che ti viene detto? Su, va ad aprirlo." 

Mi alzo per andare in camera, e lui rapidamente afferra l'orlo dell'asciugamano, impigliandovi le dita e strappandomelo di dosso, per poi guardarmi andare verso la stanza completamente priva di abiti. 

Siedo sul letto e senza troppa delicatezza strappo la carta anonima, color crema, per rimanere attonita ad osservare il contenuto della scatola. 

La sua risata mi racconta che devo avere assunto un'espressione piuttosto stranita, ed in effetti è così che mi sento. 

Davanti a me ho il giocattolo tecnologico più sofisticato che mente perversa possa aver mai partorito, credo, corredato di manuale di istruzioni, indispensabile, visto il numero spropositato di comandi posti alla base dell'attrezzo, per regolare vibrazione, rotazione e spinta, nonché stimolazione clitoridea. 

"Visto che non hai soddisfatto la mia richiesta, ho deciso di regalartelo io, il vibratore, bimba. Non serve che ti dica che è per quando ci sentiremo al telefono, vero?" 

Sto ancora guardando quella "cosa" con sospetto, neanche temessi che possa esplodermi fra le mani, quando le sue si posano sulla mia nuca, mi afferrano i capelli e mi obbligano ad alzare lo sguardo. 

Rendermi conto che quello che ho davanti è il suo sesso e averlo in bocca è tutt'uno, il modo con cui stringe i miei capelli, guida la mia testa, affonda nella mia gola mi comunica che sarà una lunga notte e che io avrò ben poca voce in capitolo, riguardo a quanto accadrà nelle prossime ore, probabilmente. 


...

Mi sveglio sentendo i suoi baci sulla schiena. 

"Non mi stancherei mai di sentirti ansimare e gemere. Potrei stare per sempre qua, a farti godere." 

"Si, ma sei stato così furbo da parlarmi solo di una cena, ed io per domani ho già degli impegni, e ho bisogno di qualche ora di sonno, Voce Profon..."

"Claudio."

"Cosa?"

"Claudio. Mi chiamo Claudio." 

"Si, ok. Dicevo che ho bisogno di dormire qualche ora, è stata una serata bellissima ma ora devo davv..."

"Qual'è il tuo nome?" 

"Laura." 

Mento. Spudoratamente. Gli rifilo il nome della mia compagna di banco delle medie, così, senza neanche pensarci. E' più forte di me. Del resto chi mi conosce dice che sono una stronza mica per nulla. 


...

"Ci divide un'ora scarsa di autostrada. Potresti venire da me il venerdì per cena e ripartire la domenica dopo cena." 

Stiamo andando a recuperare la mia auto, abbandonata sui colli. 

Sulle ginocchia ho il triplo cd interpretato da decine di donne ormai morte e quella specie di space shuttle del sesso, gelly rosa ripieno di perline metalliche, che secondo il manuale di istruzioni vibrano, pulsano e ruotano indipendentemente le une dalle altre, garantendo orgasmi stratosferici (del resto, raggiungere la stratosfera è il minimo che si possa pretendere, da un missile!!!). 

"Si, beh, ci conosciamo appena, direi che è un po' prematuro parlarne adesso." 

"Senti, Laura, fin da quando ho sentito la tua voce la prima volta mi sono accorto che sei un animale di razza, ed ora ne ho la prova. Non ho nessuna intenzione di correre il rischio di perderti. Tu sei mia." 

Mi rendo conto che mi manca profondamente il sostantivo cagna, e che alla luce del sole tutto sembra sostanzialmente sbagliato. 

Ho la netta sensazione di essere finita in un film horror al contrario: donna  emancipata scopre che il mostro con cui è andata a letto in realtà è un ometto ordinario, alla disperata ricerca del banale orrore quotidiano. 

Arrivati alla mia auto mi offro di scortarlo fino all'autostrada, ma mi rassicura dicendo che le indicazioni stradali sono perfette e che si orienta senza difficoltà, e che se ho degli impegni è meglio che mi affretti. 

Gli regalo un bacio sulle labbra, di quelli adolescenziali con lo schiocco, e  la promessa che ne parleremo la sera al telefono, poi salgo in auto e sventolo la mano, mentre già mi sto avviando verso l'uscita del parcheggio. 

Quando arriviamo in pianura il traffico cittadino ci divide, e l'ultima visione che ho di lui sono gli stop che lampeggiano allegramente, in segno di saluto, quando sta per svoltare. 


...

"Posso esserle d'aiuto?"

"Si, grazie. Vorrei una sim ricaricabile." 

Non guardo il commesso brufoloso che mi si è avvicinato, impegnata a lambiccare con il mio cellulare (chissà perché non riesco mai ad aprire il coperchietto!) per estrarre quella che c'è dentro. 

"Vuole fare la migrazione del numero? Abbiamo delle offerte molto interessanti, lei con che gestore opera, attualmente?" 

Alzo lo sguardo verde muschio sul ragazzo, ed il sorriso stereotipato gli muore sul volto, ad incrociare gli iceberg che navigano nei miei occhi. 

"Non voglio fare nessuna migrazione. Voglio un numero nuovo. Se non erro le servono un documento valido e il mio codice fiscale." 

Mentre parlo consegno al ragazzetto i documenti, battendo il piede a terra, ad indicare che ho parecchia fretta. 

Alcune firme sui moduli e mi viene consegnata la schedina nuova fiammante. 

"Per attivarla basta che faccia una chiamata pagante, giusto?" 

Ancora una volta il commesso annuisce, sempre più allibito.

Chiamo immediatamente casa e quando sento rispondere la mia voce, resa meccanica dalla registrazione digitale, mi limito a dire: 

"Sto arrivando." 

Mentre esco dal negozio il commesso mi richiama indietro.

"Signora, la sua vecchia sim." 

La prendo, la stringo fra pollice ed indice e faccio pressione. 

La lamella di plastica si incurva fino al punto di rottura.



Click. 



20/05/13

L'uomo del telefono #7.0

"Ho prenotato un bungalow presso il Residence Città di Bologna a mio nome, bimba, così nessuno ti chiederà niente." 

Non c'è che dire, Voce Profonda è un vero gentiluomo di altri tempi: si preoccupa dell'onore della sua cagna al punto di evitarle la vergogna di doversi presentare alla reception munita di documento di identità, che rivelerebbe all'impiegato che non è la legittima compagna di quell'uomo. 

Mi fa ridere, una simile premura, ma accetto il pensiero, così come accetto la rosa, petali gialli che sfumano ai bordi di rosa, chissà se è voluta la scelta del colore, che mi porge con un'eccessiva riverenza. 

"Sono commossa da una tale dimostrazione di sensibilità, da parte tua, Voce Profonda, ma se non ricordo male si era parlato di una cena, non di un'intera notte. Ma forse la mia memoria non funziona più molto bene." 

Il sarcasmo, come sempre, è la mia armatura migliore, e l'indosso costantemente, specialmente con lui, che ha la capacità di farmi sentire nuda in qualsiasi circostanza. 

E' quasi il tramonto, l'ora dell'aperitivo, e ci siamo appena incontrati in un parcheggio comodo da trovare per chi non è pratico della mia città. 

"E' ancora presto, per la cena, ho ordinato il servizio in camera per le 21,30.  Portami a vedere qualcosa, che Bologna non la conosco quasi. Scegli tu dove andare, è l'unica cosa che lascio alla tua discrezione, per questa notte, bimba, quindi giocatela bene." 

Il solito figlio di puttana. Arrogante e sicuro di sé. 

"Seguimi." 

E con quest'unica parola salgo sulla mia auto e parto. Una strada collinare, stretta, difficile, che conosco molto bene e che affronto con una guida sportiva, per metterlo alla prova. Mi rendo conto che lo perdo ad ogni curva, ma la potenza della sua auto, superiore alla mia, gli fa ritrovare il terreno perso fra un tornante e l'altro senza difficoltà. 

...

Ci sei, amico mio? 

Prima di proseguire nel racconto è necessario che ti faccia una premessa, fondamentale, se non conosci Bologna. 

La mia città si svolge a metà fra la pianura e le colline, e se sai dove andare ci sono punti in cui la puoi ammirare stendersi lasciva ai tuoi piedi. 

In particolare c'è un posto, il Santuario della Madonna di San Luca. Se sei passato in autostrada lo hai visto per forza. E' una gemma posta lassù, a vegliare la città, di notte splende come una stella di rara bellezza, e da qualsiasi parte tu stia arrivando, sia da Firenze, da Milano, da Padova o da Rimini, lo vedi svariati chilometri prima di arrivare all'uscita per Bologna. 

Per me, che ho viaggiato molto in autostrada, è sinonimo di casa. Quando lo vedo so che il viaggio è finito, e mi assale una stretta allo stomaco, nostalgia per il viaggio ormai terminato, e gioia per il ritorno a ciò che mi appartiene in modo assoluto ed intimo, la mia città. 

C'è anche un'altra cosa, che devi sapere, di quel Santuario. Voce di popolo vuole che le coppie non debbano mai recarsi a vedere il panorama da lassù prima del matrimonio, pena la rottura della relazione. 

Da quando ho avuto autonomia negli spostamenti ho sempre fatto in modo di recarmici almeno una volta con ognuno dei miei ragazzi, non sono superstiziosa e non credo a queste cose, ma il panorama che si gode da lassù è veramente stupendo e poi non si sa mai, non costa nulla ed è una possibile assicurazione sulla vita, andarci. 

...

Fermiamo le auto affiancate, proprio sul fondo dell'enorme parcheggio poco oltre il santuario, così da avere un po' di privacy. Se dovesse arrivare qualcuno, abbiamo tutto il tempo che ci serve per accorgerne. Non è ancora completamente buio, e sotto di noi le luci della città s'accendono una a una, e sembra che Bologna ci stia strizzando l'occhio. 

Non faccio a tempo a scendere dall'auto e chiuderla che me lo trovo addosso e dopo pochi attimi la gonna è arrotolata in vita, e gli slip sono ai miei piedi. 

Mi stringe i seni, con forza, mentre preme contro il mio ventre, facendomi sentire un'erezione che, grottescamente, mi fa venire alla mente la scena di un vecchio film e mi strappa una risata ("ma è una pistola, quella che hai in tasca, o sei solo felice di vedermi?") che non sembra apprezzare, perché stacca le mani dai miei seni, e mentre con una mi afferra i capelli, tirandomi il capo all'indietro fino a costringermi a stendermi sul cofano della sua auto, con l'altra si insinua fra le mie cosce, aprendomi con poca delicatezza, per saggiare la mia eccitazione. 

"Sei proprio una cagna, senti come sbrodoli." 

Una constatazione che fa seguire immediatamente dal suono dalla zip dei suoi calzoni che si slaccia, e dal suo uccello che mi entra dentro, con forza, piantandosi fino in fondo. 

"Adesso, bimba, voglio che tu faccia quel giochetto del telefono." 

E' un ordine secco, il suo. E' conficcato dentro di me, ed i suoi occhi sono infissi nei miei. Non si muove, vuole che mi masturbi per lui, proprio come gli avevo raccontato al telefono, e io non voglio altro che compiacerlo, ed essere finalmente la sua cagna, e godere di lui e per lui. 

Il suo sguardo si sposta dai miei occhi alla mia mano, e sorride di quanto sto facendo. Non si muove, ascolta ogni pulsazione della mia vagina, ogni contrazione del mio ventre, fino al mio orgasmo. 

"Sono la tua cagna." 

E' quel che vuole che gli dica quando godo, e lo accontento. Lui annuisce, e per tutta risposta mi sibila: 

"Continua. Voglio sentirti venire ancora." 

Mi piacciono i suoi ordini, mi eccita sentirmi un oggetto nelle sue mani, così continuo a darmi piacere, il suo cazzo, immobile, è piantato completamente nel mio ventre, come una lama che mi squarcia, e ora mi infila in bocca due dita, costringendomi a succhiargliele e morderle, ad esibirmi nel piatto locale più noto e che lui pare particolarmente apprezzare. 

Raggiungo nuovamente l'orgasmo, ma ho la bocca piena, così mugolo solamente qualche parola incomprensibile, che però a lui è chiara perché ancora una volta mi ordina di continuare, e nuovamente ubbidisco senza discutere. 

Il mio clitoride è gonfio e sensibilissimo per il lungo sfregamento, e vengo quasi istantaneamente un'altra volta, e per fargli capire che può bastare tolgo la mano e la porto alle sue labbra, per fargli leccare le mie dita. 

"Non vorrai farmi credere che sei già stanca." 

E' sarcastico. A modo suo me le sta facendo pagare tutte, una per una. Tutte le volte che l'ho eccitato al telefono senza dargli soddisfazione, tutte le volte che gli ho fatto ascoltare il mio piacere, senza permettergli di farmi ascoltare il suo. 

Toglie la mano dalla mia bocca e la porta giù, fra le mie gambe. Stringe il clitoride fra il pollice e l'indice, fino a strapparmi un grido di dolore, poi con delicatezza inizia a carezzarmi lui, senza fermarsi neanche quando sente che sto venendo ancora, e solo quando lo imploro di smettere prende a sbattermi, afferrandomi i fianchi con entrambe le mani, per godere lui, finalmente. 

Si china su di me, ancora stesa sull'auto, e mi da il primo bacio di tutta la serata, poi sussurra al mio orecchio. 

"Non sei in grado di guidare. La tua auto torniamo a prenderla domani. Adesso è ora di andare, che fra poco arriva il servizio in camera." 

Come un vero gentleman mi tende la mano per aiutare a rialzarmi, ho le gambe che tremano e lui mi sorregge cavallerescamente. Faccio per chinarmi a raccogliere i miei slip ma lui mi trascina verso la sua macchina. 

"Quelli non ti servono." 

Sento il calore del suo sperma che mi cola lungo le cosce e mi sento in balia di quell'uomo, stranamente succube dei suoi voleri, eppure, per una volta, è piacevole anche lasciarsi andare, e lasciare che sia un altro a dirigere il gioco. 

Per una volta.






"Quei due sapevano a memoria dove volevano arrivare."
Paolo Conte

14/05/13

L'uomo del telefono #6.1

Notte.

Sono in un parcheggio e osservo i camion addormentati. 

L'autostrada è silenziosa, a quest'ora, al punto che il fruscio degli alberi, dietro di me, ne copre il rumore. 

Sono appoggiata al cofano della mia auto, per una volta in anticipo. 

Aspetto. 

Quando il telefono vibra fra le mie dita getto a terra la sigaretta ormai finita ed alzo lo sguardo alla luna, unica testimone di quell'attimo, mormorando: "ora vediamo chi è più bravo a giocare" e senza fretta rispondo alla chiamata. 

"Ehy, bimba, c'è qualcosa che non va. Sono al bar dell'autogrill, come d'accordo. Qua c'è un barista brufoloso ed una cassiera che viene importunata da un camionista, che sta cercando di convincerla a passare la notte con lui. E tu dove sei? Non è che sei dall'altro lato, vero?" 

Credo che la mia voce lasci trapelare la soddisfazione che provo, a sentirlo confuso.

"Stai per caso pensando che sia così stupida da essere nel lato dell'autostrada che va verso Firenze, Voce Profonda? Ti meriteresti che me ne torni a casa senza incontrarti, ma siccome questa notte mi sento particolarmente generosa, aspetterò che tu beva il caffè, prenda la macchina, e segua le mie indicazioni. Costeggia il parcheggio dei camion. Devi tenerlo sulla sinistra. C'è una stradina che lo affianca e conduce all'area di rifornimento, sulla destra hai una recinzione, non puoi sbagliare." 

...

Ci sei, amico mio, là fuori a spiare la mia mente? 

Inizi ad essere un po' confuso e a non capire più bene come io sia fatta? 

A volte agisco di puro impulso, in balia di quei venti che mi trascinano come un fuscello, altre invece sono così calcolatrice, attenta ad ogni mossa, come uno scacchista che osserva a lungo la disposizione dei pezzi, prima di agire. 

Conosco bene quell'autogrill. Si potrebbe dire che ci sono passata almeno una volta a settimana, diversi anni prima, quando a notte inoltrata se volevi comprare sigarette o qualcosa da bere, non avevi alternative che andare al Cantagallo. 

Lo conosco così bene che potrei disegnartene una mappa, se volessi, ed è questa la ragione per cui avevo scelto di incontrarci là, anche se forse l'altro, la Pioppa, sarebbe stato più comodo. 

Mi ero preparata all'incontro con estrema cura. 

No, non mi ero vestita da strafiga, come potresti credere. 

Non lo sono. Sono un maschiaccio, fondamentalmente, e non ho l'abitudine di fingermi diversa da ciò che sono le mie infinite personalità, perché sono consapevole che chi cerca di apparire diverso da ciò che è finisce, prima o poi, per rivelare la propria natura e deludere chi ha attorno. 

Io ti mostro subito il peggio, se non ti sta bene, quella è la porta che ti conduce lontano da me. Sei sempre in tempo a prenderla e andartene. Se non lo fai, non potrai mai accusarmi di non essere stata chiara, o di averti ingannato. 

In ogni caso indossavo scarpe da tennis, calzoni neri ed una giacca di taglio maschile, a pelle, nera pure questa. Unica concessione alla vanità, oltre al trucco per evidenziare i miei occhi, unica parte di me che si possa definire davvero bella, un ciondolo d'argento che si adagiava esattamente nella valle fra i seni, giocando a nascondersi nel bordo della giacca. 

...

Sono appoggiata al cofano della mia macchina, ed osservo i camion addormentati. 

Un lampione tinge d'arancio l'intera scena, falsando i colori in modo innaturale e dando ad ogni cosa un aspetto malato, insano. 

All'improvviso i fari di un'auto mi illuminano. 

Ho studiato attentamente anche la posizione in cui fermarmi, proprio nel punto in cui lo stradello di servizio fa una curva, illuminando appieno il parcheggio dei dipendenti dell'autogrill, a quest'ora pressoché deserto, ed io ho parcheggiato proprio al centro di questo, ben visibile. 

Non mi muovo. Aspetto che l'auto si fermi, che spenga i fari, che lui scenda. 

L'osservo avvicinarsi. Ci studiamo l'un l'altra. Ha un aspetto normalissimo, di un qualsiasi uomo che puoi incontrare in qualsiasi locale e neanche notarlo. Ben vestito, ma assolutamente nella norma. 

Se non per gli occhi. Neri, profondi. In cui arde un fuoco selvaggio. 

Scorrono su di me, ma non per valutare se gli piaccio. L'attrazione che proviamo è tale che l'aspetto fisico è qualcosa di assolutamente ininfluente, per entrambi. Risalgono fino ad incatenare i miei. E non lasciarli più. 

"C'è qualcosa che non va, bimba." 

Le stesse parole. Sembra di essere caduti in un telefilm di "ai confini della realtà", come se quella notte, quei gesti, quelle frasi fossero destinate a ripetersi per sempre. 

"Fra me e te io vedo una recinzione. Troppo alta per essere scavalcata. Ed un cancello chiuso con una grossa catena." 

Sorrido. Maliziosamente. E lascio il cofano dell'auto per avvicinarmi a lui, fermandomi distante quanto basta per rendergli impossibile sporgersi oltre le sbarre di ferro e afferrarmi. 

"Già. L'ho notato pure io. Visto che caso?" 

Lo prendo in giro, il mio tono di voce non può lasciargli dubbi. Sono in netto vantaggio, ed è chiaro che, qualsiasi fossero le sue intenzioni, non sarà questa la notte in cui le metterà in pratica. 

"Sei proprio una bambina cattiva e dispettosa." 

"E tu un ragazzaccio troppo arrogante e sicuro di te. Non potevi credere davvero che ti sarei caduta ai piedi solo perché lo hai chiesto." 

Lo provoco ancora, tanto fra me e lui ci sono quelle alte sbarre di ferro, distanti quanto basta per permettere di allungare un braccio, ma non di attraversarle fisicamente. 

Eppure... eppure... nonostante tutti i miei piani l'unica cosa che vorrei ora è attraversarle. Dirgli che scherzavo, che esca da quel cazzo di autostrada al casello di Casalecchio e porre fine al gioco. Perché lui ha ragione, e il desiderio di trasformare in fatti le parole che ci siamo scambiati al telefono è forte. 

Ma non quanto la mia bastardaggine. 

"Anche se fai la stronza te lo leggo negli occhi, cosa vuoi. Ricordi la ragione per cui esisti?" 

Tende la mano oltre le sbarre. 

Ed io gli concedo che lui incontri la mia. 

Mi strattona e ci troviamo premuti uno contro l'altra, divisi da un'inferriata insormontabile, occhi piantati negli occhi. 

Sento sotto la mia mano il suo sesso e sulla pelle del mio viso il suo fiato. 

E la tensione, fra noi, è così alta che potrebbero scaturire fulmini. 

Con la mano libera raggiunge la mia nuca e intreccia le dita ai miei capelli. Stringe, ed io provo un dolce dolore, poi mi preme il volto contro i ferri fino a farmi incontrare le sue labbra. 

E' un bacio rabbioso, quello che mi da, in cui esprime tutta la frustrazione per essere stato preso in giro ancora una volta, e io lo ricambio con un morso al suo labbro inferiore. Stringo rabbiosamente la carne. E lui intanto ride, per poi lasciarmi andare. 

"Non questo, ma il prossimo sabato andiamo a cena assieme. E non voglio altri trucchetti, bimba. E' divertente giocare con te, ma il gioco è bello quando dura poco, poi stanca." 

Sta già arretrando verso l'auto. 

Io invece sono ancora ferma, premuta contro le sbarre della recinzione. 

Sale in macchina. 

Io afferro le sbarre con una forza tale da farmi sbiancare le nocche. 

Se ne va. 

Io rimango a guardare i fanalini di coda dell'auto sparire oltre l'area di rifornimento, per un tempo che pare eterno. 

Solo quando la mezzanotte è ormai passata da un po' mi riscuoto dai pensieri che mi avevano paralizzata. 

Salgo in macchina e mi butto sui colli, la stessa strada stretta di pochi giorni prima, ma in senso contrario. 

Arrivata al tornante con vista sul vuoto mi fermo e scendo. 

La luna piena, alta nel cielo, illumina il profilo dolce delle colline e l'aria, questa notte, è così tersa che si riesce a vedere fino in Toscana. 

E ancora una volta immagino di rialzarmi in volo. E lasciare la dannazione alle mie spalle. 

12/05/13

L'uomo del telefono #6.0

"Dall'accento direi che sei emiliana, bimba. Ho ragione?"

Stranamente non è la nostra solita ora, bensì tardo pomeriggio, l'ora dell'aperitivo. 

Il telefono ha squillato inatteso, proprio mentre mi trovavo nel drink bar dove vado sempre, da anni, e dove come entro non ho neanche bisogno di ordinare, Steve sa esattamente cosa prepararmi. 

"Ciao, Voce Profonda. Oggi ti improvvisi linguista?" 

"Allora? Bologna o Modena?"

"Bologna."

Gli rispondo seccamente. E' chiaro il motivo di questa domanda. Vuole vedermi. Probabilmente farmi pagare il tiro che gli ho giocato l'ultima volta che ci siamo sentiti al telefono. 

"Siamo abbastanza vicini. E fra qualche giorno lo saremo ancora di più. Devo andare a Roma per un convegno e Bologna è di strada. All'andata non avrò modo di fermarmi, ma al ritorno sarà notte." 

"Divertiti nella città eterna, Voce Profonda. Ci sentiamo al tuo ritorno." 

Sono fredda, non gli concedo nessun aggancio, anzi, per fargli capire che è inopportuno, rivolgo alcune parole di scusa a Steve, con cui stavo chiacchierando, poi tiro una profonda sorsata dalla cannuccia. 

"Che stai bevendo, bimba?"

"Uno sbagliato. Vuoi che ne beva uno giusto, io?" 

Ride. 

E all'improvviso torna serio. 

Così, di colpo, senza una ragione apparente. Come se anche lui, proprio come me, avesse più personalità, e mutasse carattere con il mutare del vento. 

"Al ritorno sarà notte. Voglio vederti." 

Il drink mi va per traverso e fatico molto a ritrovare la compostezza e il tono sarcastico, ma dopo alcuni secondi, che mi paiono un'eternità, riesco a trovare qualcosa di sufficientemente caustico da ribattere.

"Hai dei gravi problemi lessicali, sai? I verbi hanno svariate coniugazioni e modi. Ad esempio, ce n'è uno particolarmente sottovalutato: il condizionale. La giusta locuzione sarebbe stata: 'al ritorno potrei fermarmi a Bologna, se tu avessi voglia di vedermi'." 

"Perché dovrei perdere tempo con tanti giri di parole? Tu hai voglia di vedermi. A presto, bimba." 

Se n'è già andato. Getto, senza troppa delicatezza, il telefono in borsa, alzo lo sguardo assassino su Steve, che con "grande" discrezione si è spostato ben un metro più in là, ha sentito tutto quel che ho detto e ora tenta con scarsi risultati di nascondere un sorrisetto. Con tono tagliente, mi rivolgo all'unico uomo che abbia a portata di mano in quel momento. 

"Testa di cazzo, tu e tutti i tuoi simili!" 

Tolgo le due cannucce dal bicchiere, mi verso direttamente in gola l'intero contenuto, butto sul bancone una banconota e senza salutare il non poco allibito barman, il cui sorriso si è congelato sulla faccia come una paresi fulminante, esco dal locale con l'intenzione di buttarmi su qualche strada di collina, ad inseguire l'ormai incipiente tramonto. 

...

"Non voglio crederci neanche per un istante che hai intenzione di incontrarlo per davvero." 

Ecco che la solita vocetta parte all'attacco. 

Mi trovo su una strada collinare, stretta, tutta curve e molto impegnativa, che mi costringe costantemente a passare dalla seconda alla terza e viceversa. 

"Non posso credere neanche per un istante che tu voglia rompermi le palle proprio ora, nel bel mezzo di un tornante." 

Le rispondo, consapevole che non basterà così poco a scoraggiarla, e che dovrò rassegnarmi, per l'ennesima volta, ad un'eterna quanto inconcludente discussione con quella che, pomposamente, va definendosi la mia coscienza. 

"Vuole solo scoparti. Quando ti avrà portata a letto non gliene importerà più nulla, di te." 

"Mica che io voglia sposarmelo, eh? Adesso sta zitta, che sto pensando."  

Uno a zero per lei, non ci sarebbe nulla da ribattere, se non che già questo pensiero mi aveva sfiorata.

"E se poi fosse un pazzo?" 

"Non dici sempre che io sono pazza? Mi troverei in ottima compagnia." 

"E se ti ammazzasse?"

"Non si può vivere in eterno. Ho sempre fatto quel che volevo, non ho rimpianti, al massimo rimorsi, ma per quelli c'è poco da fare. Semmai dovessi morire ora, sarei soddisfatta."

"Questo è un ragionamento del cazzo." 

"E tu stai diventando volgare." 

Sorrido. Questa volta pare proprio che l'ultima parola l'abbia io. Oggi è lei che si rifugia nel linguaggio scurrile, per sopperire alla carenza di argomentazioni valide, ma si sa, la mia coscienza è un diesel, parte lenta. 

Si scalda solo quando ormai è troppo tardi, e non può far altro che farmi sentire in colpa. Mai che arrivi in tempo per evitarmi di fare qualche stronzata, lei. 

"Si, ma se ti scopa finisce il gioco, e se finisce il gioco finisce il divertimento, e tu sarai costretta a chiamare quel tizio che casualmente te l'ha fatto incontrare."

Niente, non si rassegna.

Supero un ultimo tornante e la salita si trasforma in discesa. Innanzi a me si apre la valle del Reno, con gli insediamenti industriali, il fiume che al tramonto pare di sangue, l'autostrada. E l'autogrill proprio ai miei piedi. 

Parcheggio l'auto al primo spiazzo e scendo a piedi fino al tornante che s'affaccia nel vuoto. 

Per un attimo immagino di lanciarmi, ma non per precipitare, bensì per aprire le ali e, angelo dannato, provare a ritrovare la via del cielo, sempre più scuro. 

"Sai una cosa? Credo proprio che sarà interessante incontrare Voce Profonda."

Adesso so cosa fare. 

Torno all'auto e mi siedo sul cofano, restando per lungo tempo ad osservare il profilo sinuoso delle colline, che si fa sempre più scuro, poi scrivo un sms. 

"Fammi sapere quando torni da Roma. Quando sarai a Firenze mandami un messaggio e io arrivo. Ci vediamo al Cantagallo, l'autogrill prima di Bologna, per te che vieni da sud. Ok?" 

Pochi istanti e ricevo la risposta. 

La guardo giusto per avere conferma, ma già mi aspettavo quelle esatte parole. 

"Brava bimba. Torno da Roma la notte fra giovedì e venerdì. Salvo imprevisti dovrei essere dalle tue parti alla nostra ora. Tieniti pronta." 

Una fitta dolorosa parte dal ventre e attraversa il mio corpo, al punto che se non fossi appoggiata all'auto probabilmente avrei difficoltà a tenermi in piedi. 

"Adesso vediamo chi è più bravo a giocare." 

La mia è una sfida. 

Agli alberi che stormiscono nella brezza primaverile, agli uccelli che si stanno apprestando ad addormentarsi con gli ultimi cicalecci, al mondo, che lassù mi raggiunge con un sommesso brusio di traffico, al cielo che è così vicino che sembra volermi schiacciare, all'universo. 

E all'unica divinità che io riconosca: quella che per tutta la vita ha sempre fatto in modo che qualcosa di imprevisto mutasse il corso degli eventi, rendendola dolorosamente interessante, e che poche settimane prima aveva posto sul mio cammino quell'uomo. 


Il Caos. 



07/05/13

L'uomo del telefono #5

"Raccontami una tua fantasia, bimba."

"Potere assistere all'estinzione della razza umana, prima di morire." 

Scoppia a ridere, dall'altra parte del telefono, la sua solita risata complice, divertita, così profonda ed avvolgente che all'improvviso la stanza pare rimpicciolirsi, e diventare improvvisamente molto più calda. 

"Intendevo un altro genere di fantasia." 

Malizia nel suo tono di voce, complicità, attesa. E' iniziato il gioco, e questa sera lo sta conducendo lui. So già dove vorrà arrivare, e già assaporo il gusto dell'attesa, fingendo di non comprendere.

"Un harem di venti uomini che mi adorano?"

Gli rispondo con tono lievemente interrogativo, quasi mi aspettassi che mi dica che è esattamente quel che intendeva sentire, mentre invece avverto uno sbuffare seccato, oltre al tintinnare di un'unghia sul vetro di un probabile bicchiere.

"Intendevo una fantasia sessuale. E non fare la collegiale, con me, che tanto non attacca."

La sua voce ora non ha nulla di avvolgente o complice, non c'è violenza, nel tono, ma la freddezza che comunica è più dolorosa di uno schiaffo ben assestato. Sento che, anche se non lo da a vedere, sta montando in lui la collera e per uno strano fenomeno di empatia anch'io sto iniziando a tremare, non di desiderio bensì di rabbia. 

Restiamo in silenzio per lungo tempo, a nutrire quest'ira che sta aumentando da entrambe le parti, come se fosse il frutto del nostro empio rapporto, poi, con sarcasmo, volutamente provocatoria, riprendo a parlare. 

"Sono spiacente per te, Voce Profonda, ma quando ho una fantasia tendo a realizzarla, per cui rimane fantasia per ben poco tempo." 

E proprio mentre gli rivolgo questa frase, con voce tagliente, rabbiosa, da qualche parte nella mia mente la me bastarda si risveglia e prende il sopravvento. 

Fisso la luce dell'unica candela che illumina la stanza, e d'improvviso le mie labbra si piegano ad un sorriso lascivo, neanche lui potesse vedermi, e la voce s'ammorbidisce, abbassandosi e diventando la "voce da sirena" che lui tanto apprezza e che fu la ragione per cui, ora, siamo qua, al telefono, due sconosciuti, ormai più intimi di tante coppie reali. 

"Però pensando a te, Voce Profonda, m'è nato un desiderio, proprio ora. E credo che potrebbe rispondere alla tua domanda." 

Sento che si rilassa un poco, merito sicuramente del mutato tono di voce, che ora sembra promettere piaceri proibiti di ogni sorta. 

"Sentiamo." 

"Chiudi gli occhi e lascia che ti racconti, lasciati guidare da me nella mia fantasia, ok?" 

Probabilmente annuisce in silenzio, ma non importa, perché ormai sono preda del gioco, e sono io l'attrice protagonista, e lui è il mio spettatore, e devo irretirlo, fino ad imprigionarlo nelle spire del mio racconto. 

"Ora vorrei il tuo corpo, qua, nel mio letto, supino. Ti vorrei completamente nudo, comodo, le mani intrecciate sotto al capo e i tuoi occhi nei miei. 

Vorrei che mi guardassi, senza lasciare nulla segreto del mio corpo, e poi salirei su di te, ma non ti accoglierei in me. 

Non ancora. 

Lascerei che il mio sesso carezzi il tuo, lo innondi di me, fino a sentire che mi vuoi, e solo quando ti leggessi negli occhi che stai impazzendo di desiderio, solo allora ti accoglierei nel mio ventre. 

Mi premerei con forza su di te, impalandomi su di te. 

E tu mi guarderesti carezzarmi i seni, e vedresti che la mia mano destra scende, giù, a giocare con il mio sesso." 

"Fallo." 

La sua voce, chiaramente eccitata dal racconto, mi interrompe per darmi un ordine che per una volta eseguo senza discussioni. 

Riprendo a descrivere la fantasia, e man mano che il racconto procede la mia voce si fa sempre più affannata, spezzata dai sospiri di quel piacere che mi sto concedendo con le mie stesse mani, mentre sento il suo, di respiri, farsi più pesante ed eccitato. 

"Tu saresti piantato dentro di me. Come una lama rovente si infilza in un pane di burro. Questa sarebbe la sensazione che proverei io. E questa sarebbe la sensazione che proveresti tu. Un caldissimo rifugio, che pulsa al ritmo delle mie carezze, dei miei respiri, del mio piacere." 

Ancora mi fermo, lascio che ogni immagine, ogni sensazione entrino profondamente in lui, prima di continuare. 

"Non mi muoverei, tu sentiresti chiaramente il mio piacere proprio perché non sarebbe accompagnato dal tuo. Capisci cosa intendo? E sentiresti come mi contrarrei su di te, stringendoti come in una tagliola, ed io sentirei il tuo sesso ad aumentare il mio piacere, ad opporsi a quella contrazione che è anche dolore." 

"..."

"Muoverei le mie dita sempre più velocemente, e tu sentiresti la mia vagina stritolarti sempre più forte, fino a gridarti... 

Sono la tua cagna." 

Conosco bene il mio corpo, so come e quando concedermi l'orgasmo, così decido di farlo coincidere con quello narrato dalla mia voce. Ansimo, e so che lui ha capito perfettamente che sono venuta. 

"Brava bimba, sai cosa devi dire, quando godi per me. Continua."

Sento il suo desiderio, vuole che proceda, che continui a raccontare, che termini la mia fantasia facendo arrivare al piacere pure lui.

"Mi sollevo da sopra di te, mi stendo, ti do le spalle e mi metto a dormire. Buonanotte." 

E con queste parole, pronunciate d'un fiato, come una fucilata, gli chiudo la conversazione in faccia e spengo il telefono, poi mi stendo davvero su un fianco, le spalle alla finestra, luogo in cui idealmente lo ho localizzato, e mi addormento immediatamente, ancora l'odore del mio piacere che riempie la stanza e la fiammella della candela, che danza nell'oscurità.

Il giorno dopo, quando riaccendo il telefono, trovo un suo messaggio:  

"Ieri sera sei stata davvero una stronza. Ed è per questo che ti adoro." 

Questa è stata la prima volta in cui ho vinto una partita, con lui. 



"If you wanna  have a good time
just give me a call"

Don't stop me now
Queen