Visualizzazione post con etichetta Desiderio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Desiderio. Mostra tutti i post

23/07/13

Levante

 
 
Il sole muore alle mie spalle
tingendo il mondo di sangue
 
e innanzi a me, enorme,
s'alza la luna, rossa, piena.
 
Mi disegna la strada da percorrere
nella notte
e immersa nell'asfalto rovente
io traccio la mappa dei lividi della mia anima.



Ieri notte la luna era rossa.


Vuoto.

Ogni volta che affronto il viaggio di ritorno l'unica cosa che avverto è un senso di vuoto.

"Che tu possa trovare ciò che stai cercando.
Anche se per adesso non sai ancora cosa sia."

Queste le parole di una creatura stupenda che risponde al soprannome di La Rossa, lasciatemi alla vigilia della partenza.

Sono tornata, e ancora non so cosa cerco.

E non so cosa, questi tre giorni, mi abbiano dato.

Se non questo senso di vuoto, che mi accompagna ogni volta che ritorno alla mia vita.

"Chi parte per cercare..."

"Ma sta un po' zitta, che stai diventando ripetitiva!"

Non permetto alla solita rompipalle Vocina di continuare.

Non ora che è notte, che la Luna è Rossa (Vega attacca!!!), che sto guidando con il volume al massimo e le casse mi gridano nelle orecchie che "I am the wonderlust king (queen)...".

Anche se in realtà non ho mai viaggiato veramente. Anche se in realtà i miei viaggi sono tutti brevi, a meno che non perda la strada di casa, e allora possono durare anni, molti anni.

"E' inutile che ti affanni a cercare. Non lo troverai mai, perché tu non sai cosa vuoi."

Torna alla carica. Ci prova, quanto meno.

"Hai ragione, almeno su questo. Non lo so. E' per questo che cerco, e continuerò a cercare. Voglio solo trovare qualcuno che lo sappia per me. Che sappia dirmi cosa voglio davvero."


Vuoto.

Come questa autostrada, che di notte, illuminata da questa Luna, così grande, così rossa, pare un nastro di sangue coagulato.

Ci sono solo io, qualche raro camion, qualche auto.

Ci sono io, la Luna e il cielo.

Che mi schiaccia.

E avverto chiaro il desiderio di perdermi.

Abbandonarmi ad una volontà che non sia la mia.

A casa mi spoglio nuda davanti allo specchio ed ammiro i graffi ed i lividi che deturpano la mia anima, che mi ricordano che sono viva.

E improvvisamente capisco che una cosa la so.

Ne voglio altri.






19/07/13

Ponente


Ancora
Come ieri
Il tramonto mi chiama
E io 
Anima zingara
Non so resistere
Al suo ordine







Ansia. 

Ogni volta che mi accingo a partire mi prende. 

Non allo stomaco. Una mano dispettosa mi aggroviglia le viscere, rimestandole costantemente. 

Soprattutto oggi, che esco dai miei schemi infilandomi in qualcosa su cui non ho il completo controllo. 

Il ponente mi chiama. 

L'ultima volta che sono fuggita inseguendo il tramonto ho impiegato otto anni a ritrovare la strada di casa. 

"Inutile che fuggi, tanto non esiste un posto dove tu non sia." 

Insiste la sommamente rompipalle Vocina, da dietro il mio orecchio sinistro, ma oggi non attacca, so già come risponderle. 

"Io non parto per fuggire, questa volta parto per trovarmi." 

"Chi parte per trovare sé stesso finisce per perdersi del tutto." 

Rilancia lei, svolazzandomi attorno e spostandosi dietro a quello destro, per disorientarmi. 

"Ma vaffanculo! Tu, Gaarder e i vostri aforismi del cazzo." 

La verità è che devo fare la pace con il mio cervello. 

L'unico modo per scacciare un pensiero dalla mia mente è renderlo reale. 

Quando diventa realtà non mi tormenta più. O entra nella quotidianità, o se ne va, ma l'ossessione, il doverci pensare costantemente, l'esserne schiava sparisce in ogni caso. 


Ansia. 


Ogni volta che mi accingo a partire mi prende. 

Una non meglio identificata sensazione di catastrofe incombente unita all'eccitazione adolescenziale per la novità, l'avventura, la scoperta. 

Amo guidare. 

Domani mi attendono un bel numero di chilometri. Circa cinquecento. Lunedì dovrò farne altrettanti. Chissà se tornerò indietro, se mi perderò strada facendo e tornerà solo una parte di me o se non tornerò del tutto. 

Se conosci la strada sai che può essere infida. Se la conosci sai che non va mai sottovalutata. 

E' come il mare che troverò ad attendermi domani sera, al tramonto. Anche il mare sa essere infido, e non va mai sottovalutato.

Sia la strada che il mare sono creature viventi e vanno sempre rispettate. 

Chi si mette in viaggio, sia per mare o per strada, deve sempre mettere in conto che potrebbe non vedere la fine del proprio viaggio. 

Questa incognita è la madre della mia ansia. 

E della piacevole sensazione che, ancora una volta, sarà il Caso, o il Caos se preferisci, a decidere cosa sarà. 

Armata della mia sola incoscienza mi butto ancora una volta fra le sue braccia, confidando che, anche questa volta, non mi lascerà cadere. 





01/07/13

Il gioco interattivo (giochiamo di ruolo?)

E' arrivato luglio.

L'apocalisse annunciata di Google Reader ha appena sfiorato questo mondo fatto di pixel, di bytes, di uno e zero, di niente, di oblio.

Il blogroll è ancora qua, al lato sinistro del mio mondo fatto di nebbia, i feed dei blog che leggo appaiono ancora nella mia bacheca, e tutto sembra esattamente com'era ieri, a parte quell'orrendo pulsante azzurro che dice che sto su bloglovin', se vuoi seguirmi.

Se non vuoi seguirmi non importa, fondamentalmente tanto io scrivo solo per me, per lasciare un'ulteriore traccia di me in questo mondo virtuale che è fatto di nulla, e che sicuramente mi sopravvivrà. I miei cinque minuti di fama, come disse qualcuno. Che già ho avuto, sempre in un questo mondo irreale che è la rete, quando ancora era un oggetto per pochi, e non la discarica dei pensieri banali.

Un po' come l'ultima notte del millennio trascorso, la notte in cui, secondo una me bambina, avrei dovuto cessare di esistere. Anche quella notte ha appena sfiorato questo mondo, e delle paure che portava con sé non è rimasto nulla che qualche risata di scherno e qualche barzelletta sul millennium bug.

...

Com'è strana la testa dei bambini. Ero davvero convinta che sarebbero bastati trentatré anni per provare ogni cosa esista. Avevo sei o sette anni. E per me allora tre decadi e un terzo era un tempo immenso.

Fra le tante cose che non ho mai fatto ce ne sono alcune ormai perdute per sempre:

Fare bungy jumping, ad esempio, credo che ormai verrà relegato nel numero di esperienze che non farò mai. Ad una certa età si deve tenere in considerazione il fatto che la pompa cardiaca non sia più al massimo dell'efficienza, ed io sicuramente non ho vissuto questo mio corpo nell'ottica di farlo durare a lungo.

Probabilmente anche attraversare la Siberia in treno, date le notizie che mi giungono da alcuni amici di quelle terre, è un'altra attività che mi sarà preclusa, a meno di trovare due o tre bodyguard. Che se poi vogliono occuparsi oltre che dell'incolumità anche del piacere del mio corpo sono i benvenuti.

Fare sesso in assenza di gravità! Ecco. Questa è una fantasia che speravo in qualche modo di realizzare, ma temo che dovrò accontentarmi del surrogato in acqua, perché alla mia età e con le mie scarse competenze dubito molto che verrò mai scelta per andare in orbita con tre uomini dai cervelli ipertrofici e quattro o cinque lauree, con cui fare un'esperienza di gruppo al suono di algoritmi ed equazioni differenziali a variabili separabili.

Però pensa, amico mio, alla meraviglia di venir presa mentre, aggrappata ad un oblò della stazione orbitale per non andare alla deriva, osservo l'intero universo davanti a me, con un uomo in me.

Nella mia fantasia malata questo è quanto c'è di più vicino all'essenza del divino.



L'unica cosa che ancor più mi avvicinerebbe alla divinità sarebbe riuscire a rendere vero te, che da fuori della finestra continui devotamente a spiarmi.

Se è vero che probabilmente anche questa fa parte delle esperienze che non potrò mai provare, è altrettanto vero che posso, in un modo un po' contorto e con il tuo aiuto, dare una parvenza di realtà a questa fantasia.

E rendere il gioco più reale.

Come? E' molto semplice: 

Basta che tu che leggi risponda nei commenti in forma anonima, immedesimandoti, fingendoti di essere il mio amico immaginario.

Regole:

Quali regole?

Il mio amico potrà fare domande, esprimere giudizi, considerazioni.

Io risponderò con un post, amico mio, raccontando come sempre solo a te, che ogni notte stai là, fuori della mia finestra, ad osservarmi.


E' solo un nuovo passo in questo mondo che io ho creato per noi due. 

E' solo un nuovo gioco. 




Lets take the time to find ourselves again
Away from daily stress and pain
Though we may find well not come back the same
That happens sometimes when we play
The Game


24/06/13

Harem

Da bambina amavo molto mio padre.

E lui amava molto le moto e le auto. Passavo le ore assieme a lui, la domenica, a guardare le corse, e mi ero così applicata da essere capace di riconoscere ogni moto all'epoca in commercio dal rombo del motore, ed ogni auto dalla sagoma dei fanali, la notte, solo per compiacerlo.

E lui, orgogliosamente, non perdeva occasione di sfoggiare le mie capacità, trasformandomi in un'adorabile infiltrata, la mascotte del gruppo di maschi motociclisti suoi amici, i quali facevano a gara a spupazzare la bambolina che conosceva le moto meglio di loro, unica femmina in un mondo maschile.

Della mia infanzia quelli sono fra i momenti che ricordo con più piacere. Io, principessa contesa da quei cavalieri, i cui destrieri erano fatti di metallo e cromature, rombavano come un tuono e volavano veloci come il vento.

...

Ben presto mi sono resa conto che conoscere il suono del motore di una moto non era più un buon modo per ottenere quelle meravigliose attenzioni, ma la natura è venuta in mio soccorso, dotandomi oltre che di una mente acuta, anche di un'altra generosa, abbondante ed altrettanto utile qualità, di cui inconsciamente già all'età di dodici anni iniziavo a fare uso, per manovrare a mio piacere i compagni di classe.

Fin da piccola, ogni anno passavamo un paio di settimane in montagna, sulle Dolomiti, e a quattordici anni mi accorsi che alcune delle guide amici di mio padre avevano preso a comportarsi, e soprattutto a guardarmi, in modo diverso.

Fu un attimo, per me, approfittare di tale situazione.

Adolescente, ribelle ed edonista, grazie alla supervisione di adulti amici di papà, sfuggivo al giogo del controllo paterno, girandomi tali adulti sulla punta delle dita e facendomi accompagnare ovunque io volessi.

Niente di particolarmente grave o scabroso.

Semplicemente loro mi portavano in quei luoghi oscuri dove mai donna deve mettere piede, un po' come sul ponte di una nave pirata. I Sancta Sanctorum delle guide alpine, dove generazioni di uomini si sono trovati a fumare, giocare a carte, bere grappa e soprattutto bestemmiare.

Mai alcuna donna, tranne la sottoscritta. Quando arrivavamo ai vari rifugi era sempre un gran fermento:

"C'è il Sandro con la figlia del bolognese."

E le bottiglie di grappa migliore venivano aperte, i bicchieri riempiti, ed i santi uccisi in un tiro a segno che non risparmiava nessun giorno del calendario, in un'allegria assolutamente casta, maschile, e ancora una volta io ero la principessa in un mondo che, normalmente, non ammette presenza femminea.

...

Alle superiori scelsi un indirizzo elettronico, eravamo in cinque ragazze a inizio anno. Dalle vacanze natalizie rientrai solo io, le altre quattro si erano arrese ai soprusi dei fanciulli. Io ho dovuto sudare parecchio, ma so come farmi valere, se serve.

E so anche come farmi amare. Non dimenticare, amico mio, che la parte migliore di me è il mio cervello, e lo uso. Anche quando mi fa comodo fingere di no.

In ogni caso, dopo un braccio di ferro durato diversi mesi, si è venuta a creare la situazione perfetta. Io e cinquecento ragazzi.

Mai mischiare piacere e dovere, e la scuola, tutto sommato, è pur sempre un dovere, anche se ho sempre saputo trarre il massimo piacere da ogni situazione, per cui non c'era nessun genere di coinvolgimento sessuale. Men che meno sentimentale. 

Però potevano adorarmi incondizionatamente. Glielo permettevo a rotazione. L'ultimo anno venivo segnata assente, ma ero a scuola, nel bagno delle donne. Ero l'unica, era mio. E della mia corte.

...

Poi cresci e ti vengono a raccontare della monogamia, della gelosia, e scopri che ti hanno fregata alla grande.

Che dopo un poco che giochi o sei disposta a fare la persona seria, oppure il compagno di giochi se ne va.

E se anche ci provi, a crescere, sei fregata due volte, perché il tizio di turno inizia ad essere geloso di tutti i tizi che ci sono stati prima di lui.

Tutto diventa molto complicato. E troppo poco piacevole. 

Io rivoglio il mio harem! 

Oppure un tizio che sia psicopatico almeno quanto me, con almeno una ventina di personalità diverse con cui poter giocare!

Con un uomo del genere, con le mie gemelle cattive, con i suoi gemelli buoni, potremmo divertirci finché dura la notte.

Altroché harem! 

Sarebbe una vera orgia! 





Io sono ISSIMA. Almeno a detta di "chi" mi ha "regalato" questo pezzo. 
Non mi stancherò mai di ringraziarlo per tal presa per i fondelli! 



20/06/13

Boobs

Il solito club, i soliti amici come al solito gay, la musica sempre sparata a palla, cattiva, che ti fa vibrare fin nelle viscere, la luce che non c'è per permettere coiti più o meno clandestini. 

L'alcool che scende a scaldare e tutto, fra un flash e l'altro delle stroboscopiche, che pare muoversi al rallentatore, come se in quel posto il tempo seguisse un ritmo più lascivo, peccaminoso. 

Il mio habitat ideale. Io e decine di uomini. Testosterone ovunque. Coccolata e viziata come una regina. E, fra tutti quegli uomini gay, sicuramente c'è un bisex che ha voglia di trasgredire. C'è sempre. 

I miei amici rosicano parecchio, perché non ho mai mancato una sera, etero in un locale gay trovo sempre un uomo che mi desideri, quando loro spesso se ne tornano a casa in bianco. 

E' il fascino della pecora nera, della mosca bianca, dell'essere diversi, probabilmente. 

O forse è semplicemente che là, in mezzo a quegli uomini dotati di una sensibilità particolare, che mi fanno sentire completamente al sicuro, che mi trattano con una delicatezza che un uomo etero non ha mai mostrato, riesco ad essere più libera, a distruggere le molte maschere che solitamente indosso, ad abbandonarmi esclusivamente al piacere dell'alcool che mi scioglie, della musica che mi trascina e degli ormoni che saturano l'aria, che mi fanno perdere in un vortice di desiderio. 

Secondo i miei amici è che attorno a me aleggia una nube di feromoni che manco uno sciame impazzito di insetti ne emana tanti. 

Qualsiasi sia la spiegazione, in genere se voglio incontrare un uomo, lo incontro. 

Un ragazzo mi si avvicina, balla con me, si struscia su di me. E' più giovane di qualche anno, o così mi pare nella scarsa illuminazione lampeggiante. Efebico, lo definirei. Non tanto alto, moro, con occhi scuri e profondi. I capelli acconciati in un'anacronistica pettinatura anni '50 che lo fa assomigliare vagamente a Jhonny Depp nel film "Cry Baby". 

Improvvisamente parte la mezz'ora dei lenti. Odio la mezz'ora dei lenti, così mi allontano dalla pista diretta al bar. 

Ho le mie regole, dopo tre tequila sale e limone mi concedo al massimo un margarita, per non perdere mai completamente il controllo. Mentre aspetto che il barman mi prepari il drink noto con una certa delusione che il tipo non mi ha seguita. 

Peccato. Forse questa sera la mia serie fortunata si interrompe, e per la prima volta dovrò subire i lazzi dei miei amici, invece che sfotterli come succede ogni volta, quando si rincasa. 

Alcuni di loro sono là al nostro tavolo, aggrovigliati in una scultura post moderna che mi strappa un sorriso, e invece che raggiungerli siedo ad un divanetto poco distante, sorseggiando il drink dolce e salato che mi brucia le labbra, guardandoli sfacciatamente senza celare una punta di invidia, quando il tipo che ha ballato con me mi si siede accanto. 

Anche questa sera la mia serie fortunata prosegue. Ancora una volta uscirò dal club con un orgasmo assicurato, rubato su un divanetto di un locale gay, o forse, se il tizio si dimostra particolarmente abile a convincermi, proseguito nel bagno delle donne, che tanto è esclusivamente mio. 

Nonostante l'aspetto di giovane inesperto, non mostra il minimo segno di incertezza. Pochi baci e già le sue mani si aggrappano ai miei seni, stringono, pizzicano i capezzoli. Le labbra frugano il mio collo, mordono con sapiente delicatezza la carne. Lo lascio fare, mi piacciono molto gli uomini che sanno muoversi e che prendono le iniziative.

Alzando lo sguardo vedo alcuni dei miei amici che si sbracciano verso di me, facendo gesti incomprensibili, che immediatamente interpreto come l'ennesimo segnale di invidia per la mia ennesima "conquista", che contraccambio con un giocoso innalzare del medio sinistro, per poi ignorarli completamente ed abbandonarmi alle attenzioni che il ragazzo sta dedicando al mio corpo, le sue mani che già sono scese fra le mie cosce e carezzano l'inguine, facendomi ancora solo desiderare un contatto più intimo e deciso. 

M'abbasso su di lui, voglio la pelle del suo petto, leccarla, assaporarla, morderla, con le dita scivolo sui suoi fianchi, sotto la maglietta, la lingua si appoggia sul suo ventre. 

Ma non è carne, quella che sento. Tessuto. Color carne. Elasticizzato. 

Mi stacco di colpo. Non capisco. La luce è davvero troppo bassa per vedere cos'ho davanti, e le mie mani proseguono ad alzare la shirt, scoprendo sempre più qualcosa che non mi sarei mai aspettata. 

Improvvisamente mi rendo conto. 

Un seno. 

Violentato. 

Umiliato. 

Compresso in una fasciatura elastica così stretta da farlo sparire. 

Un senso di nausea violento mi assale. 

Spingo lontano da me la tipa, rischiando di gettarla a terra, e mi alzo di scatto, portando le mie mani sui miei seni, di cui sono sempre stata piuttosto orgogliosa e che non ho mai nascosto, rimanendo a fissarla a circa un metro e mezzo di distanza. 

Lei si alza di scatto, portando a sua volta le mani su quei poveri seni, ospiti di un'ingenerosa padrona, fissandomi credo con la medesima espressione stupita che devo avere io. 

...

Non ho mai scelto gli amici in base ai loro gusti sessuali. Credo di averne di ogni genere, ma io sono profondamente, esclusivamente, etero. 

E' più forte di me. A me piace l'uomo a 360 gradi. Sono un maschiaccio e l'uomo per me è un ottimo amico, complice e compagno di marachelle, ma quando si parla di sesso divento femmina. E l'uomo deve tirare fuori gli attributi. E non solo metaforicamente. 

Non servono altre tette, al di fuori delle mie! Bastano per tutti e due.

E se non bastano, allora te ne puoi anche cercare delle altre, non ci sono problemi, ma dentro al mio letto, o sul tavolo, in macchina, nella doccia o dove vuoi, le uniche tette che devono esserci sono le mie!  

Fin da quando avevo dodici anni mi sono trovata in compagnia di un seno generoso, che non passava inosservato neanche sotto un maglione di un paio di taglie più grande. 

E ne sono sempre stata fiera. 

Vedere quell'altro seno, sicuramente meno abbondante, così maltrattato è stato per me un vero e proprio shock emotivo. 




Improvvisamente il precedente sbracciarsi dei miei amici ha assunto tutto un altro significato, non più di scherzosa rabbia ma segnale di pericolo, purtroppo da me incompreso.

E fortunatamente sono là, a pochi passi, pronti a correre in nostro aiuto. 

"E' una donna!" 

Ripeto ossessivamente, ormai completamente, irrimediabilmente sobria, l'eccitazione svanita, il dolce abbandono dei sensi soppiantato da una crescente isteria. 

"E' etero!"

Ripete ossessivamente anche lei, soccorsa da due dei miei "ragazzi", che cercano di spiegarle che se lei non fosse nuova del locale lo saprebbe che io sono etero, perché io ci sono sempre in quel posto, e che non è un peccato capitale esserlo, come non lo è essere gay. 

"Doveva dirmelo che era una donna." 

Balbetto. Ecco, onestamente se me l'avesse detto forse ci avrei anche provato. Poi mi sarei trovata davanti all'ostacolo insormontabile di quel seno nascosto come una vergogna e non ce l'avrei fatta, ma ci avrei provato. in questo modo però è stato un colpo troppo grande. 

"Una etero non dovrebbe venire in locali gay." 

Questa frase mi raggiunge come uno schiaffo. 

Queste parole hanno stuzzicato Norma, che in questo esatto momento  scopre di detestare non solo i macho man, ma anche la loro controparte femminile. 

Davanti a quella dimostrazione di intolleranza al contrario mi è partito un pistone, nel cervello. 

Se prima ero mortificata per la mia reazione, adesso sento crescere rabbia. 

E un grandissimo fastidio. 

E molta noia anche. 

Mi sono avvicinata a lei. Così vicina che avrei potuto baciarla di nuovo. O sputarle in un occhio. Mi sono limitata a fissarla in viso. 

"Non ti preoccupare, bimba. Io qua non ci rimetto piede, ma se vedo la tua faccia da culo in un qualsiasi locale etero ti faccio passare la voglia di tornarci. E smettila di stringerti così le tette che poi ti fai pure venire il cancro e tocca anche a me pagarti le cure." 

Me ne sono andata. 

La mia serie fortunata nel club si era interrotta. 

Per sempre. 

...

Come vedi, amico mio, in certe circostanze mi parte un embolo al cervello e non rifletto. E' più forte di me. Io dico che è tutta colpa sua, della bestia. 

Che poi sono io. 

Avrei dovuto reagire diversamente, e non scagliarla via in quel modo, come se mi disgustasse, ma in quell'istante non sono stata capace di reagire diversamente.  

Non lei, ma quella vista, nel buio, fra un lampo e l'altro delle strobo, inattesa violenza volontaria verso sé stessi... ecco... quello spettacolo mi ha davvero disturbata. 

Per contro, sembrava proprio un ragazzo, ventenne, efebico, acerbo forse, ma un ragazzo, e scoprirlo donna per me è stata un po' come una violenza. Difficile da raccontare, difficile da spiegare.  

...

In ogni caso sono stata io a chiedere di provare ogni cosa, nella vita, quindi non posso lamentarmi. 

Alla voce "Fare sesso con una donna" ho scritto: 

- Fatto (quasi) - Da non ripetere. 






06/06/13

Perdizione

Io sono il Demiurgo! 

Questa era la vanteria di cui andavo fregiandomi meno di due mesi or sono, quando dettavo le prime regole di questo mondo, fatto di nebbia, di buio, di freddo. 

Di solitudine. 

Siamo soli, amico mio. Io da un lato, e tu dall'altro della finestra. 

Ci dividono la tenda, che ogni sera apro un poco di più, per permetterti di spiare più comodamente la danza della fiammella che la candela proietta su di me, un muro invalicabile, e la mia imperfezione di divinità incompleta. 

Divinità di un mondo approssimato, tua creatrice, tua dea, regina e schiava.

Tuo tutto. 

                                    E tuo niente. 

Incapace di darti quella scintilla divina che ti trasformerà da fantasia a realtà, donandoti la forza di scavalcare i muri, strappare i tessuti, e pretendermi. 

Se Pigmalione ha amato così fortemente la sua creatura da donarle la vita, perché il mio desiderio non è sufficiente a trasformare te, entità plasmata nell'energia pura del pensiero, in creatura vivente, calda di sangue e pulsante di brama? 

Quella stessa brama che so che ti brucia, notte dopo notte, istante dopo istante, e che ti fa desiderare di poter trasformare la mia materia in semplice energia, così da rendermi simile a te, allo stesso modo in cui io ti vorrei carne. 

Come in un mito greco: tu mi guardi ed io mi lascio guardare, e assieme immaginiamo quell'attimo perfetto in cui la creatura può finalmente sfiorare il creatore, quell'unico punto dell'universo in cui le energie convergono in un unico istante, prima che lo specchio si capovolga, e io divenga il tuo sogno, e tu il mio creatore, il mio dio, il mio re, il mio schiavo. 

E tu lo sai, qual'è quell'unico punto e quell'unico istante. 

E' proprio il filo sottile che divide la sanità dalla malattia, un istante prima di lasciarsi cadere nel baratro, ed affondare in un vortice di follia, piacere e perdizione. 




Perdizione, parola sopra ogni altra "affascinantissima", già te lo dissi, ma forse non lo ricordi e alcuni concetti vanno ripetuti. 

Non esiste perversione, nel mio mondo. 

Ogni cosa è lecita, fin quando ci sarà rispetto e fin quando saremo entrambi consenzienti. 

Perversione è una parola malata, insana. 

So che spesso dico di esserlo, malata ed insana, ma è un concetto relativizzato a circostanze particolari, e non sfiora quello che mi lega a te, che sei la mia creatura più perfetta. Cesellata in ogni più piccolo dettaglio, fino all'ultimo difetto. 

Per tale ragione, nel mio vocabolario, la parola Perversione non esiste, ed è sostituita dall'altra, molto più sublime, Perdizione, appunto. 

Abbandonarsi al desiderio, fino a perdersi in esso e lasciarsi divorare. 

Desidero, fortemente desidero. Non posso fare diversamente. 

Puoi incolpare d'omicidio la belva feroce che ha sbranato un uomo nella savana? E' nella sua natura uccidere! 

Puoi incolpare me di desiderare? E' la discriminante che mi ha resa quello che sono. Volo, ergo sum!

Perdersi nel piacere di infiniti amplessi, ognuno diverso dall'altro, giocati con malizia, fantasia e nessun pudore. Il pudore è nato solo dopo l'invenzione del peccato, e io non conosco alcun peccato, non avendo nessun Dio che possa giudicarmi. (Solo dIo posso giudicarmi.)

Quindi ora chiudi gli occhi e lascia che la nebbia scivoli sul tuo torace, umida come i miei baci, respirala, dolce come il profumo delle rose che sono ancora fiorite in giardino, assaporala, fresca come l'aria di questa notte, pulita dal temporale che è appena terminato. 

Lascia che la passione ti bruci, perché se io ne avessi modo ti farei davvero ardere di desiderio, prima di concederti sollievo, e sarebbe un lungo, dolce supplizio, a cui non porrei fine facilmente, e non mi lascerei convincere da tue eventuali rimostranze, perché è un bel gioco, vederti spasimare di brama, e vorrei prolungarlo più a lungo possibile. 

E quando il fuoco diventasse così rovente da non essere più sopportabile, allora potresti essere tu ad esigere che l'incendio venga spento, a pretendermi. 

A capovolgere lo specchio. 

E anche quello sarebbe un bel gioco. 


24/05/13

Interludio

L'uomo del telefono se n'è andato, amico mio, e siamo rimasti io e te, di nuovo soli, io nella mia stanza, illuminata solo da una candela e dal monitor del computer e tu, fuori, nel mio giardino, appostato dietro l'oleandro, fra le siepi d'alloro. 

Ho aperto la tenda, e anche i vetri della finestra, e gli scuri sono socchiusi un po' meno del solito, e tu puoi riuscire a vedermi, seduta sulla poltrona, davanti la scrivania, illuminata dalle ombre danzanti della fiammella in balia della corrente.

Seppure ormai le rose sfiorite suggeriscano alla primavera che è ormai prossima la fine, questo maggio sembra non volersi rassegnare all'arrivo dell'estate e s'aggrappa disperatamente a questi ultimi aliti d'inverno. 

L'aria è fredda e io non indosso altro che slip e canotta, perché desidero sentirla sulla pelle, lasciare che mi carezzi le braccia, la schiena, il collo, facendomi rabbrividire e tremare, così come mi fa rabbrividire e tremare il tuo sguardo, che sento impudico frugare nelle mie perversioni, insaziabile, desideroso di andare a fondo, sempre più a fondo, fino a scorgere, finalmente, l'abominio finale che poi sono io. 

L'uomo del telefono se n'è andato, dicevo, o meglio sarebbe dire che io sono fuggita (L'arte della fuga è un'arte nobile).

Se non me ne fossi andata, se avessi lasciato che le cose proseguissero come lui aveva accennato, dopo qualche tempo la passione si sarebbe trasformata in noia, l'arroganza poi sta bene se servita in piccole dosi, io mi conosco, sarei diventata insofferente, avremmo iniziato a discutere, e quei momenti così intensi sarebbero affogati in un mare di mediocrità. 

Me ne sono andata forse in modo vigliacco, è vero, ma gli ho risparmiato l'umiliazione di implorarmi di cambiare idea e gli ho lasciato un ricordo agrodolce che probabilmente non lo lascerà mai. E delle sensazioni forti. Emozioni intense, da far tremare le gambe e fermare il cuore.

E a me è rimasto il Jazz. E per qualche tempo anche lo Space Shuttle del sesso, poi si è rotto, peccato. 

...

Siamo rimasti io e te. Tu, il mio uomo perfetto, amico immaginario figlio della mia schizofrenia. 

Somma Omnia dei pregi e dei difetti di ogni uomo abbia in qualche modo lasciato un segno nella mia esistenza, capace di mutare come il vento, così da adeguarti alle tante me che si inseguono costantemente, in una danza psichedelica folle e tribale. 

Che scende inevitabilmente sempre più verso il fondo della mia malattia. 

A cui mi rendo conto sto girando attorno, senza mai realmente parlarne, e non perché non voglia, ma perché non riesco a trovare le parole per esprimere realmente i concetti che si accalcano senza poter essere espressi, come se le sinapsi si intasassero e non permettessero a nulla di sensato di uscir fuori dalla mia mente insana. 

Capisco perché il Cristo si esprimesse per parabole. Non per l'incapacità di comprendere del suo pubblico, ma per l'impossibilità sua di trovare le giuste parole. E con questo non è che voglia paragonarmi a Cristo, prima che qualche anatema mi fulmini immantinente, era solo una considerazione sul come, a volte, le storie e le immagini esprimano i concetti molto meglio che le semplici parole. 

...

Io sono dannata. E chiunque, sentendo tale affermazione, potrebbe farsi una sana risata, soprattutto sapendo che a farla sono io, che mi professo assolutamente non credente, se non nelle forze del Caos-Caso. 

La mia dannazione nasce dalla consapevolezza che tutto sia futile e che nulla valga realmente la pena. 

Attento, amico mio, questo è un terreno scivoloso. Quando avrò finito di parlare, tu potrai non credermi, e per te non sarà cambiato nulla, oppure potrai anche tu vedere quel che vedo io, anche se solo da lontano e molto sfuocato, e in quel momento tutto sarà leggermente diverso. Non tanto, appena appena. 

In ogni caso, qualsiasi cosa tu faccia non serve a nulla. I tuoi progetti falliranno per cause indipendenti dalla tua volontà, e se non falliranno sarà perché riuscendo mineranno la possibilità di ottenere qualcosa di meglio e più importante.

E' quel grandissimo figlio di puttana di Murphy che se la ride, e non importa se in realtà le famose leggi sono inventate da Arthur Bloch. Anche Dio è stato inventato da qualcuno, e guarda quanta gente è morta in suo nome. 

Ma torniamo a Murphy. Se qualcosa può andare storto lo farà. Niente di più vero. Da che parte cadrà la fetta biscottata? Sempre da quella imburrata, ovviamente. 

Ora veniamo a te, amico mio. Torni a casa dal lavoro, una giornata stressante, il capo ti ha ripassato avanti e indietro perché sospetta che la moglie abbia l'amante e doveva sfogare la rabbia, hai perso la metro e quella dopo era stipata, e accanto a te avevi tre adolescenti sudaticci che continuavano a pestarti i piedi. 

Arrivi a casa, ti spogli, ti prepari un bagno caldo. Ti infili nella vasca e chiudi gli occhi. Squilla il telefono. Vorresti non rispondere, ma hai spedito giusto un mese fa i manoscritti del tuo romanzo a tutti gli editori italiani e magari potrebbe essere uno che ti ha accettato. O invece... e se fosse Anna che finalmente si è stancata di farsi picchiare da quell'ubriacone di suo marito e vuole che tu vada a salvarla, qual novello principe azzurro?

Scatti fuori dalla vasca, veloce che non riattacchino, corri, il piede bagnato scivola sulle piastrelle di ceramica, il bordo del lavabo ti si fa incontro con la solerzia di un amante, accoglie il tuo cranio. 

Sbang

E tu non saprai mai se vincerai il Nobel per la letteratura, amico mio, e neanche se Anna continuerà a farsi massacrare di cazzotti ogni notte, perché la tua testa si è spappolata, e la poltiglia grigiastra è sparsa per tutta la stanza, assieme al tuo sangue, e alla schiuma da bagno. 

Questa è una consapevolezza difficile da digerire. 

A qualsiasi età. 

Per uno strano bug io ci convivo da quando ne ho memoria. 

Da sempre. 

Quando vivi tutta la vita con la consapevolezza che tutto sia futile, allora l'importanza di ogni attimo, anche il più orribile che si possa immaginare, diventa enorme. 

E la differenza fra vivere e morire diventa davvero piccola.

Sono riuscita, amico mio, a spiegarti almeno una piccola parte della mia dannazione? 




22/05/13

L'uomo del telefono #7.1

Non ricordo granché del viaggio fino al residence, se non che dallo stereo della sua auto super accessoriata usciva il canto di un angelo. 

"Che bella musica..."

Ride, la sua risata calda, profonda, un po' saccente, la stessa che gli adulti riservano ai bambini quando fanno un commento ingenuo e un po' fuori luogo.

"Non la conosci, bimba? Ma dove hai vissuto fino ad oggi? Che musica ascolti? Non sarai tipo da ascoltare i Pooh o Masini, spero." 

Sento che mi guarda, e io lo ricambio con un'occhiataccia fredda e offesa. 

"Ascolto di tutto: Rock, Hard Rock, Punk, Metal, Dark, poi diversi cantautori, De Andrè, Graziani..." 

Non mi permette di terminare l'elenco, imponendomi il silenzio con un gesto imperativo della mano destra che protende davanti a me, per aprire il cassetto portaoggetti e lasciarmi cadere in grembo la custodia di un triplo cd, con la medesima teatralità di un prestigiatore che estrae il coniglio dal cilindro.

"Non ci siamo. Non può esistere il tutto, al di fuori del Jazz." 

Prendo fra le mani la custodia, una compilation da pochi soldi, di quelle che trovi nei cestoni degli autogrill, e leggo: le Grandi Stelle del Jazz, poi nomi che in qualche modo mi sono più o meno noti, ma più per sentito dire che per altro: Nina Simone, Ella Fitzgerald, Judy Garland (ma non è la bimba idiota del Mago di Oz?), Billie Holiday, e altri, per me del tutto sconosciuti.  

Estrae il cd dal lettore e me lo porge. 

"Tienilo. Impara ad amare la Vera Musica, bimba." 

E da quel momento il Jazz mi è entrato nel sangue, qualsiasi genere di Jazz. E ogni genere di Jazz ha il momento perfetto per essere ascoltato e il giusto stato d'animo da accompagnare. 

Non è il rock, la musica del demonio, i puritani degli anni '50 si sbagliavano, è il Jazz. 

Che ti rapisce i sensi e ti scioglie l'anima.

Che sa farti vibrare di desiderio e passione, e sa persino farti piangere, se serve. 

Scommetto la mia anima, per quel che vale, che i baccanali che si tengono all'inferno sono al ritmo di Jazz. 




Superiamo la cancellata semplicemente mostrando una tessera che certifica la nostra legittima presenza al residence. 

L'auto scorre lungo i vialetti tutti uguali senza incertezze, chiaro segno che Voce Profonda è già andato a vedere qual'è il bungalow che ci è stato riservato, e si ferma accanto al numero trentatre. 

Come entriamo noto subito traccia del suo passaggio. 

Sul tavolo, un po' assetata, una rosa dai petali gialli che sfumano al rosa sui bordi. 

"Ho bisogno di farmi una doccia." 

"Mi sembra un'ottima idea. La cena dovrebbe arrivare a breve, sicuramente quando avrai finito sarà servita. E vedi di non rivestirti. Un telo da bagno sarà sufficiente." 

Mi lascio alle spalle la zona giorno, la camera da letto è grande, pulita, più che dignitosa. 

Altre tracce di lui. 

Una borsa da viaggio. 

Un notebook. 

Sul letto un pacco regalo della dimensione di una scatola da scarpe, e sul comodino una rosa. Gialla pure questa. (Ma che c'ha, la fabbrica delle rose color gelosia, Voce Profonda?) 

Ignoro il tutto e mi infilo direttamente in bagno, ho bisogno di ritrovare le energie, e solamente una doccia bollente può rimettermi al mondo, ora. 


...

Quando riappaio nella zona giorno il piccolo salottino è illuminato da svariate candele, ed il notebook si è trasformato in un lettore mp3 che diffonde le allegre note di uno swing di Benny Goodman.

Sul tavolo due bottiglie di birra da sessantasei centilitri di nota marca baffuta e due cartoni da pizza. 

"E' questo il servizio in camera che aspettavamo con tanta ansia?" 

"Sai, il guaio è che qua non fanno servizio in camera. Ho dovuto ordinare ad una pizzeria da asporto." 

Mentre divoriamo le pizze lui mi indottrina sul jazz, mi fa ascoltare passaggi particolari, mi spiega perché non esista altra musica, secondo lui, ed io mi sento molto un'adolescente che stia cercando di sedurre il proprio insegnante con ben scarsi risultati perché, nonostante io indossi solo un telo da bagno avvolto attorno al corpo, per lui sembrano esistere solo gli ottoni, i bassi, le percussioni e il pianoforte, in questo momento. 





"Ti sei accorta che ti ho preso un regalo?" 

"Ho notato qualcosa, sul letto, ma mamma mi ha sempre detto di non toccare le cose che non mi appartengono." 


"E da quando fai quel che ti viene detto? Su, va ad aprirlo." 

Mi alzo per andare in camera, e lui rapidamente afferra l'orlo dell'asciugamano, impigliandovi le dita e strappandomelo di dosso, per poi guardarmi andare verso la stanza completamente priva di abiti. 

Siedo sul letto e senza troppa delicatezza strappo la carta anonima, color crema, per rimanere attonita ad osservare il contenuto della scatola. 

La sua risata mi racconta che devo avere assunto un'espressione piuttosto stranita, ed in effetti è così che mi sento. 

Davanti a me ho il giocattolo tecnologico più sofisticato che mente perversa possa aver mai partorito, credo, corredato di manuale di istruzioni, indispensabile, visto il numero spropositato di comandi posti alla base dell'attrezzo, per regolare vibrazione, rotazione e spinta, nonché stimolazione clitoridea. 

"Visto che non hai soddisfatto la mia richiesta, ho deciso di regalartelo io, il vibratore, bimba. Non serve che ti dica che è per quando ci sentiremo al telefono, vero?" 

Sto ancora guardando quella "cosa" con sospetto, neanche temessi che possa esplodermi fra le mani, quando le sue si posano sulla mia nuca, mi afferrano i capelli e mi obbligano ad alzare lo sguardo. 

Rendermi conto che quello che ho davanti è il suo sesso e averlo in bocca è tutt'uno, il modo con cui stringe i miei capelli, guida la mia testa, affonda nella mia gola mi comunica che sarà una lunga notte e che io avrò ben poca voce in capitolo, riguardo a quanto accadrà nelle prossime ore, probabilmente. 


...

Mi sveglio sentendo i suoi baci sulla schiena. 

"Non mi stancherei mai di sentirti ansimare e gemere. Potrei stare per sempre qua, a farti godere." 

"Si, ma sei stato così furbo da parlarmi solo di una cena, ed io per domani ho già degli impegni, e ho bisogno di qualche ora di sonno, Voce Profon..."

"Claudio."

"Cosa?"

"Claudio. Mi chiamo Claudio." 

"Si, ok. Dicevo che ho bisogno di dormire qualche ora, è stata una serata bellissima ma ora devo davv..."

"Qual'è il tuo nome?" 

"Laura." 

Mento. Spudoratamente. Gli rifilo il nome della mia compagna di banco delle medie, così, senza neanche pensarci. E' più forte di me. Del resto chi mi conosce dice che sono una stronza mica per nulla. 


...

"Ci divide un'ora scarsa di autostrada. Potresti venire da me il venerdì per cena e ripartire la domenica dopo cena." 

Stiamo andando a recuperare la mia auto, abbandonata sui colli. 

Sulle ginocchia ho il triplo cd interpretato da decine di donne ormai morte e quella specie di space shuttle del sesso, gelly rosa ripieno di perline metalliche, che secondo il manuale di istruzioni vibrano, pulsano e ruotano indipendentemente le une dalle altre, garantendo orgasmi stratosferici (del resto, raggiungere la stratosfera è il minimo che si possa pretendere, da un missile!!!). 

"Si, beh, ci conosciamo appena, direi che è un po' prematuro parlarne adesso." 

"Senti, Laura, fin da quando ho sentito la tua voce la prima volta mi sono accorto che sei un animale di razza, ed ora ne ho la prova. Non ho nessuna intenzione di correre il rischio di perderti. Tu sei mia." 

Mi rendo conto che mi manca profondamente il sostantivo cagna, e che alla luce del sole tutto sembra sostanzialmente sbagliato. 

Ho la netta sensazione di essere finita in un film horror al contrario: donna  emancipata scopre che il mostro con cui è andata a letto in realtà è un ometto ordinario, alla disperata ricerca del banale orrore quotidiano. 

Arrivati alla mia auto mi offro di scortarlo fino all'autostrada, ma mi rassicura dicendo che le indicazioni stradali sono perfette e che si orienta senza difficoltà, e che se ho degli impegni è meglio che mi affretti. 

Gli regalo un bacio sulle labbra, di quelli adolescenziali con lo schiocco, e  la promessa che ne parleremo la sera al telefono, poi salgo in auto e sventolo la mano, mentre già mi sto avviando verso l'uscita del parcheggio. 

Quando arriviamo in pianura il traffico cittadino ci divide, e l'ultima visione che ho di lui sono gli stop che lampeggiano allegramente, in segno di saluto, quando sta per svoltare. 


...

"Posso esserle d'aiuto?"

"Si, grazie. Vorrei una sim ricaricabile." 

Non guardo il commesso brufoloso che mi si è avvicinato, impegnata a lambiccare con il mio cellulare (chissà perché non riesco mai ad aprire il coperchietto!) per estrarre quella che c'è dentro. 

"Vuole fare la migrazione del numero? Abbiamo delle offerte molto interessanti, lei con che gestore opera, attualmente?" 

Alzo lo sguardo verde muschio sul ragazzo, ed il sorriso stereotipato gli muore sul volto, ad incrociare gli iceberg che navigano nei miei occhi. 

"Non voglio fare nessuna migrazione. Voglio un numero nuovo. Se non erro le servono un documento valido e il mio codice fiscale." 

Mentre parlo consegno al ragazzetto i documenti, battendo il piede a terra, ad indicare che ho parecchia fretta. 

Alcune firme sui moduli e mi viene consegnata la schedina nuova fiammante. 

"Per attivarla basta che faccia una chiamata pagante, giusto?" 

Ancora una volta il commesso annuisce, sempre più allibito.

Chiamo immediatamente casa e quando sento rispondere la mia voce, resa meccanica dalla registrazione digitale, mi limito a dire: 

"Sto arrivando." 

Mentre esco dal negozio il commesso mi richiama indietro.

"Signora, la sua vecchia sim." 

La prendo, la stringo fra pollice ed indice e faccio pressione. 

La lamella di plastica si incurva fino al punto di rottura.



Click.