12/05/13

L'uomo del telefono #6.0

"Dall'accento direi che sei emiliana, bimba. Ho ragione?"

Stranamente non è la nostra solita ora, bensì tardo pomeriggio, l'ora dell'aperitivo. 

Il telefono ha squillato inatteso, proprio mentre mi trovavo nel drink bar dove vado sempre, da anni, e dove come entro non ho neanche bisogno di ordinare, Steve sa esattamente cosa prepararmi. 

"Ciao, Voce Profonda. Oggi ti improvvisi linguista?" 

"Allora? Bologna o Modena?"

"Bologna."

Gli rispondo seccamente. E' chiaro il motivo di questa domanda. Vuole vedermi. Probabilmente farmi pagare il tiro che gli ho giocato l'ultima volta che ci siamo sentiti al telefono. 

"Siamo abbastanza vicini. E fra qualche giorno lo saremo ancora di più. Devo andare a Roma per un convegno e Bologna è di strada. All'andata non avrò modo di fermarmi, ma al ritorno sarà notte." 

"Divertiti nella città eterna, Voce Profonda. Ci sentiamo al tuo ritorno." 

Sono fredda, non gli concedo nessun aggancio, anzi, per fargli capire che è inopportuno, rivolgo alcune parole di scusa a Steve, con cui stavo chiacchierando, poi tiro una profonda sorsata dalla cannuccia. 

"Che stai bevendo, bimba?"

"Uno sbagliato. Vuoi che ne beva uno giusto, io?" 

Ride. 

E all'improvviso torna serio. 

Così, di colpo, senza una ragione apparente. Come se anche lui, proprio come me, avesse più personalità, e mutasse carattere con il mutare del vento. 

"Al ritorno sarà notte. Voglio vederti." 

Il drink mi va per traverso e fatico molto a ritrovare la compostezza e il tono sarcastico, ma dopo alcuni secondi, che mi paiono un'eternità, riesco a trovare qualcosa di sufficientemente caustico da ribattere.

"Hai dei gravi problemi lessicali, sai? I verbi hanno svariate coniugazioni e modi. Ad esempio, ce n'è uno particolarmente sottovalutato: il condizionale. La giusta locuzione sarebbe stata: 'al ritorno potrei fermarmi a Bologna, se tu avessi voglia di vedermi'." 

"Perché dovrei perdere tempo con tanti giri di parole? Tu hai voglia di vedermi. A presto, bimba." 

Se n'è già andato. Getto, senza troppa delicatezza, il telefono in borsa, alzo lo sguardo assassino su Steve, che con "grande" discrezione si è spostato ben un metro più in là, ha sentito tutto quel che ho detto e ora tenta con scarsi risultati di nascondere un sorrisetto. Con tono tagliente, mi rivolgo all'unico uomo che abbia a portata di mano in quel momento. 

"Testa di cazzo, tu e tutti i tuoi simili!" 

Tolgo le due cannucce dal bicchiere, mi verso direttamente in gola l'intero contenuto, butto sul bancone una banconota e senza salutare il non poco allibito barman, il cui sorriso si è congelato sulla faccia come una paresi fulminante, esco dal locale con l'intenzione di buttarmi su qualche strada di collina, ad inseguire l'ormai incipiente tramonto. 

...

"Non voglio crederci neanche per un istante che hai intenzione di incontrarlo per davvero." 

Ecco che la solita vocetta parte all'attacco. 

Mi trovo su una strada collinare, stretta, tutta curve e molto impegnativa, che mi costringe costantemente a passare dalla seconda alla terza e viceversa. 

"Non posso credere neanche per un istante che tu voglia rompermi le palle proprio ora, nel bel mezzo di un tornante." 

Le rispondo, consapevole che non basterà così poco a scoraggiarla, e che dovrò rassegnarmi, per l'ennesima volta, ad un'eterna quanto inconcludente discussione con quella che, pomposamente, va definendosi la mia coscienza. 

"Vuole solo scoparti. Quando ti avrà portata a letto non gliene importerà più nulla, di te." 

"Mica che io voglia sposarmelo, eh? Adesso sta zitta, che sto pensando."  

Uno a zero per lei, non ci sarebbe nulla da ribattere, se non che già questo pensiero mi aveva sfiorata.

"E se poi fosse un pazzo?" 

"Non dici sempre che io sono pazza? Mi troverei in ottima compagnia." 

"E se ti ammazzasse?"

"Non si può vivere in eterno. Ho sempre fatto quel che volevo, non ho rimpianti, al massimo rimorsi, ma per quelli c'è poco da fare. Semmai dovessi morire ora, sarei soddisfatta."

"Questo è un ragionamento del cazzo." 

"E tu stai diventando volgare." 

Sorrido. Questa volta pare proprio che l'ultima parola l'abbia io. Oggi è lei che si rifugia nel linguaggio scurrile, per sopperire alla carenza di argomentazioni valide, ma si sa, la mia coscienza è un diesel, parte lenta. 

Si scalda solo quando ormai è troppo tardi, e non può far altro che farmi sentire in colpa. Mai che arrivi in tempo per evitarmi di fare qualche stronzata, lei. 

"Si, ma se ti scopa finisce il gioco, e se finisce il gioco finisce il divertimento, e tu sarai costretta a chiamare quel tizio che casualmente te l'ha fatto incontrare."

Niente, non si rassegna.

Supero un ultimo tornante e la salita si trasforma in discesa. Innanzi a me si apre la valle del Reno, con gli insediamenti industriali, il fiume che al tramonto pare di sangue, l'autostrada. E l'autogrill proprio ai miei piedi. 

Parcheggio l'auto al primo spiazzo e scendo a piedi fino al tornante che s'affaccia nel vuoto. 

Per un attimo immagino di lanciarmi, ma non per precipitare, bensì per aprire le ali e, angelo dannato, provare a ritrovare la via del cielo, sempre più scuro. 

"Sai una cosa? Credo proprio che sarà interessante incontrare Voce Profonda."

Adesso so cosa fare. 

Torno all'auto e mi siedo sul cofano, restando per lungo tempo ad osservare il profilo sinuoso delle colline, che si fa sempre più scuro, poi scrivo un sms. 

"Fammi sapere quando torni da Roma. Quando sarai a Firenze mandami un messaggio e io arrivo. Ci vediamo al Cantagallo, l'autogrill prima di Bologna, per te che vieni da sud. Ok?" 

Pochi istanti e ricevo la risposta. 

La guardo giusto per avere conferma, ma già mi aspettavo quelle esatte parole. 

"Brava bimba. Torno da Roma la notte fra giovedì e venerdì. Salvo imprevisti dovrei essere dalle tue parti alla nostra ora. Tieniti pronta." 

Una fitta dolorosa parte dal ventre e attraversa il mio corpo, al punto che se non fossi appoggiata all'auto probabilmente avrei difficoltà a tenermi in piedi. 

"Adesso vediamo chi è più bravo a giocare." 

La mia è una sfida. 

Agli alberi che stormiscono nella brezza primaverile, agli uccelli che si stanno apprestando ad addormentarsi con gli ultimi cicalecci, al mondo, che lassù mi raggiunge con un sommesso brusio di traffico, al cielo che è così vicino che sembra volermi schiacciare, all'universo. 

E all'unica divinità che io riconosca: quella che per tutta la vita ha sempre fatto in modo che qualcosa di imprevisto mutasse il corso degli eventi, rendendola dolorosamente interessante, e che poche settimane prima aveva posto sul mio cammino quell'uomo. 


Il Caos. 



09/05/13

17

Il sentiero che costeggia il torrente, in questo angolo di parco, è chiaramente poco frequentato e nascosto alla vista dall'argine che, rivestito d'alberi, costituisce uno sbarramento naturale allo sguardo dei curiosi. 

E' il primo pomeriggio, ed il sole a picco riduce le ombre a scarse chiazze ai piedi dei cespugli. 

In questa giornata di tarda primavera l'afa regna, così come le zanzare che creano nubi vorticose sul pelo dell'acqua stagnante, e l'unico suono che si sente è il chiacchiericcio ininterrotto degli uccelli, improvvisamente spezzato da due diversi tintinnare. 

Scorrendo con lo sguardo lungo il sentiero, verso nord, si incontrano due paia di piedi, i primi calzati in ciabatte di cuoio indiane, i secondi in anfibi, ma non quelli fighetti del Dr. Martens, bensì quelli pesanti, acquistati in un banchetto di articoli militari usati. 

Risalendo verso l'alto, lungo le due figure, sopra le ciabatte indiane si vedono caviglie sottili e polpacci ambrati d'una precoce abbronzatura, poi calzoni di canapa a righe lilla e verdi, mentre dagli anfibi scaturiscono un paio di jeans stinti, attillati, scarabocchiati con un pennarello nero, recanti i simboli di svariati gruppi musicali, oltre alle grida di un'anima inquieta. 

Ciabattine Indiane indossa una casacca di garza con fiori multicolori, chiusa sul seno da laccetti terminanti ognuno con un grappolo di minuscoli sonagli rotondi, mentre anfibi militari porta quella che un tempo era un t-shirt verde con la stampa di un teschio che stringe fra i denti un coltello, seviziata brutalmente fino a divenire una canotta sbilenca, che lascia vedere la carnagione fin troppo chiara, e un giubbotto di pelle nero, anch'esso scritto con un pennarello di vernice bianco, e decorato con una miriade di spille da balia, come se fossero le mostrine di un veterano di guerra. 

A completare il look delle due adolescenti ci sono collana, orecchini, bracciali e cavigliere di argento indiano, ornati da campanellini identici a quelli della casacca e che tintinnano allegramente ad ogni suo movimento, per ciabattine indiane, mentre l'altra porta avvolte attorno al corpo circa tre chili di catene, oltre a svariate borchie ai polsi e alla vita. 

Per comodità chiamerò "Ciabattine Indiane" Allegra e "Anfibi Militari" Sophia, per distinguerle una dall'altra più facilmente. 

Raggiunto un punto in cui il torrente fa un'ansa le ragazze si siedono a terra, proprio sulla riva ghiaiosa, Allegra sempre a parlare, incessantemente, e Sophia che grugnisce qualche assenso, di tanto in tanto regalando un commento sarcastico all'amica. 

Sono una strana coppia, quelle due, così mal assortite fra loro eppure inseparabili fin da quando erano piccolissime. Sophia inizia a calciare sassi nel fiume mentre Allegra prepara una canna d'erba, che accende e passa all'amica dopo qualche tiro. 

Sono diverse, quelle due, così mal assortite. Allegra fuma le canne perché la fanno ridere, la fanno divertire e la rendono più affascinante con i ragazzi, mentre Sophia le fuma perché la fanno pensare, come se già non pensasse abbastanza da lucida, come se già non si facesse abbastanza male da lucida. 

La pigrizia del primo pomeriggio viene spezzata dal risentito gracidare di un rospo, disturbato nel suo appostamento da un sasso calciato da Sophia nell'acqua stagnante del torrente in secca, poi alle spalle delle due ragazze, da un cespuglio distante una decina di metri, un rumore alieno. 

Allegra si volta di scatto. Lei è la brava ragazza, insegna catechismo ai bimbi della parrocchia, ed è stata cresciuta nei precetti morali e bigotti catto-comunisti, ha paura dell'uomo nero, dello sconosciuto che potrebbe farti male, traviarti, rapirti, portarti all'inferno. 

Sophia si gira a sua volta. Lei non è brava. Non insegna catechismo. E' stata cresciuta da una famiglia di sinistra, ma non ha alcun imprinting religioso. Se lei incontra l'uomo nero lo prende a calci in culo, o almeno ci prova. E se esistesse un diavolo gli regalerebbe volentieri la propria anima, in cambio di veder realizzato il proprio desiderio: poter provare ogni cosa esista. 

C'è un uomo, là, nei cespugli.  

Si sta masturbando. 

Allegra emette un gridolino stridulo e sussurra all'amica: "Scappiamo."

Sophia si alza in piedi e sibila all'amica: "Non ti muovere."

...

E' il primo pomeriggio, fa molto caldo e pare che l'intera città stia dormendo. Là, in quell'angolo di parco, neanche il rumore del traffico arriva a disturbare, è come se per arrivarci si dovesse varcare una soglia che ti porta altrove. Probabilmente là, in quell'angolo di parco, nascosto allo sguardo dall'argine del torrente e scelto proprio per questa ragione, quell'uomo potrebbe fare del male alle due ragazze, e probabilmente se questo fosse un film tutti gli spettatori darebbero ragione ad Allegra, scappate. E' questo, che stai gridando nella tua mente, amico mio? 

"Scappate!" 

E' strano, quel che può accadere, in quegli angoli di mondo che sono slegati dal continuum spazio temporale. Così strano. Si narra persino che un topolino abbia ipnotizzato un cobra, in uno di questi strani luoghi. 

...

Il viso di Sophia è accuratamente truccato, così come accuratamente sono avvolte le catene attorno al suo corpo, così come accuratamente ha lacerato la t-shirt, perché nulla, in lei, è casuale. Ogni singolo particolare è studiato con maniacale cura. Così il volto pare quello di una bambola dannata. La carnagione, già pallida perché cerca di non esporla mai direttamente al sole, è resa ancor più chiara ed uniforme da una cipria che la fa sembrare di porcellana. Le labbra sono tinte di rosso sangue e contornate di nero, gli occhi ingranditi da un ombretto scurissimo. 

E all'improvviso piega le labbra ad un sorriso aperto, lascivo, un sorriso a cui gli occhi, però, rifiutano di partecipare. 

"Perché te ne stai là nascosto, tipo?" 

Da un tiro alla canna, e sbuffa fuori il fumo, mentre cammina direttamente verso l'uomo. 

Lui è indeciso, è evidente che il comportamento della ragazza lo ha spiazzato, quelli della sua razza sono profondamente vigliacchi, si nascondono e godono nell'ombra, ma non sanno affrontare direttamente l'oggetto del loro desiderio. 

Sophia continua ad avvicinarsi, ed a parlare. La voce suadente va via via cambiando di tono. E' uno dei tanti doni che ha, saper usare la propria voce come uno strumento, è innato e solo da poco ne sta iniziando a comprendere il potere. 

"Sai, è molto più divertente se lasci fare a me."

Allegra si è alzata, ed insegue l'amica cercando di afferrarla alla cintura, implorandola di andare via, mentre Sophia continua ad avanzare sempre più rapidamente verso il cespuglio, e a ogni tre passi in avanti di lei corrisponde un passo indietro di lui.

"Potrei masturbarti io, lo so fare, davvero." 

Continua a parlare, ma ora c'è un qualcosa di stonato, una nota stridula che si somma al clangore del ferro che la cinge. 

"Poi potrei prendertelo in bocca."

Due passi. Solo due passi e potrebbe farlo davvero. 

"E staccartelo a morsi." 

Gli grida in faccia. 

E' tutto così rapido che Allegra ha l'impressione che l'uccello dell'uomo s'ammosci prima ancora che Sophia abbia pronunciato quest'ultima frase. 

Lui si gira, prende a correre. Sophia lo rincorre in mezzo all'erba alta. 

Lui ha ancora il cazzo fuori dalla patta dei calzoni. Pende miseramente come una lumaca morta. 

"Perché scappi, pezzo di merda? Non te lo facciamo più venire duro, quel cazzetto che ti ritrovi?" 

La scena è surreale. Un uomo con l'uccello fuori dai calzoni inseguito da una ragazzina vestita come una ferramenta, a sua volta inseguita da una figlia dei fiori in ciabatte, su per l'irto argine di un torrente. 

E' un attimo, poi una crepa nel terreno è fatale. La punta dell'anfibio vi si pianta dentro, Sophia crolla al suolo, ancora gridando offese verso l'uomo, che corre che nemmeno Mennea (*), sparendo ben presto oltre la sommità del declivio. 

L'impatto con il suolo è duro e Sophia non fa nulla per proteggersi. Sbatte il viso sull'argilla secca, le braccia aperte, rimane stesa a terra, prona, come se fosse crocifissa. 

Quando Allegra, arrancando a causa delle ciabatte, la raggiunge, la trova ancora là. 

Le solleva il viso, e la maschera di porcellana è sciolta da nere lacrime e da rosso sangue. 

...

"Voglio provare tutte le cose che esistono, e poi morire la prima notte del 2000!"

Dissi alla mia unica amica, un giorno di molti anni prima di questi fatti che ti ho appena raccontato, con una serietà ridicola per una bimba di sei o sette anni. 

Il 2000 è passato da molto tempo, ma ancora non ho finito di sperimentare tutte le cose che esistono. 

Ho fatto un patto con il diavolo, la mia anima è dannata, la morte può attendere. 





(*) Cit. Daniele Silvestri






In ricordo di "Allegra"
Per lei la droga era un gioco
E il gioco è stato più duro di lei.



07/05/13

L'uomo del telefono #5

"Raccontami una tua fantasia, bimba."

"Potere assistere all'estinzione della razza umana, prima di morire." 

Scoppia a ridere, dall'altra parte del telefono, la sua solita risata complice, divertita, così profonda ed avvolgente che all'improvviso la stanza pare rimpicciolirsi, e diventare improvvisamente molto più calda. 

"Intendevo un altro genere di fantasia." 

Malizia nel suo tono di voce, complicità, attesa. E' iniziato il gioco, e questa sera lo sta conducendo lui. So già dove vorrà arrivare, e già assaporo il gusto dell'attesa, fingendo di non comprendere.

"Un harem di venti uomini che mi adorano?"

Gli rispondo con tono lievemente interrogativo, quasi mi aspettassi che mi dica che è esattamente quel che intendeva sentire, mentre invece avverto uno sbuffare seccato, oltre al tintinnare di un'unghia sul vetro di un probabile bicchiere.

"Intendevo una fantasia sessuale. E non fare la collegiale, con me, che tanto non attacca."

La sua voce ora non ha nulla di avvolgente o complice, non c'è violenza, nel tono, ma la freddezza che comunica è più dolorosa di uno schiaffo ben assestato. Sento che, anche se non lo da a vedere, sta montando in lui la collera e per uno strano fenomeno di empatia anch'io sto iniziando a tremare, non di desiderio bensì di rabbia. 

Restiamo in silenzio per lungo tempo, a nutrire quest'ira che sta aumentando da entrambe le parti, come se fosse il frutto del nostro empio rapporto, poi, con sarcasmo, volutamente provocatoria, riprendo a parlare. 

"Sono spiacente per te, Voce Profonda, ma quando ho una fantasia tendo a realizzarla, per cui rimane fantasia per ben poco tempo." 

E proprio mentre gli rivolgo questa frase, con voce tagliente, rabbiosa, da qualche parte nella mia mente la me bastarda si risveglia e prende il sopravvento. 

Fisso la luce dell'unica candela che illumina la stanza, e d'improvviso le mie labbra si piegano ad un sorriso lascivo, neanche lui potesse vedermi, e la voce s'ammorbidisce, abbassandosi e diventando la "voce da sirena" che lui tanto apprezza e che fu la ragione per cui, ora, siamo qua, al telefono, due sconosciuti, ormai più intimi di tante coppie reali. 

"Però pensando a te, Voce Profonda, m'è nato un desiderio, proprio ora. E credo che potrebbe rispondere alla tua domanda." 

Sento che si rilassa un poco, merito sicuramente del mutato tono di voce, che ora sembra promettere piaceri proibiti di ogni sorta. 

"Sentiamo." 

"Chiudi gli occhi e lascia che ti racconti, lasciati guidare da me nella mia fantasia, ok?" 

Probabilmente annuisce in silenzio, ma non importa, perché ormai sono preda del gioco, e sono io l'attrice protagonista, e lui è il mio spettatore, e devo irretirlo, fino ad imprigionarlo nelle spire del mio racconto. 

"Ora vorrei il tuo corpo, qua, nel mio letto, supino. Ti vorrei completamente nudo, comodo, le mani intrecciate sotto al capo e i tuoi occhi nei miei. 

Vorrei che mi guardassi, senza lasciare nulla segreto del mio corpo, e poi salirei su di te, ma non ti accoglierei in me. 

Non ancora. 

Lascerei che il mio sesso carezzi il tuo, lo innondi di me, fino a sentire che mi vuoi, e solo quando ti leggessi negli occhi che stai impazzendo di desiderio, solo allora ti accoglierei nel mio ventre. 

Mi premerei con forza su di te, impalandomi su di te. 

E tu mi guarderesti carezzarmi i seni, e vedresti che la mia mano destra scende, giù, a giocare con il mio sesso." 

"Fallo." 

La sua voce, chiaramente eccitata dal racconto, mi interrompe per darmi un ordine che per una volta eseguo senza discussioni. 

Riprendo a descrivere la fantasia, e man mano che il racconto procede la mia voce si fa sempre più affannata, spezzata dai sospiri di quel piacere che mi sto concedendo con le mie stesse mani, mentre sento il suo, di respiri, farsi più pesante ed eccitato. 

"Tu saresti piantato dentro di me. Come una lama rovente si infilza in un pane di burro. Questa sarebbe la sensazione che proverei io. E questa sarebbe la sensazione che proveresti tu. Un caldissimo rifugio, che pulsa al ritmo delle mie carezze, dei miei respiri, del mio piacere." 

Ancora mi fermo, lascio che ogni immagine, ogni sensazione entrino profondamente in lui, prima di continuare. 

"Non mi muoverei, tu sentiresti chiaramente il mio piacere proprio perché non sarebbe accompagnato dal tuo. Capisci cosa intendo? E sentiresti come mi contrarrei su di te, stringendoti come in una tagliola, ed io sentirei il tuo sesso ad aumentare il mio piacere, ad opporsi a quella contrazione che è anche dolore." 

"..."

"Muoverei le mie dita sempre più velocemente, e tu sentiresti la mia vagina stritolarti sempre più forte, fino a gridarti... 

Sono la tua cagna." 

Conosco bene il mio corpo, so come e quando concedermi l'orgasmo, così decido di farlo coincidere con quello narrato dalla mia voce. Ansimo, e so che lui ha capito perfettamente che sono venuta. 

"Brava bimba, sai cosa devi dire, quando godi per me. Continua."

Sento il suo desiderio, vuole che proceda, che continui a raccontare, che termini la mia fantasia facendo arrivare al piacere pure lui.

"Mi sollevo da sopra di te, mi stendo, ti do le spalle e mi metto a dormire. Buonanotte." 

E con queste parole, pronunciate d'un fiato, come una fucilata, gli chiudo la conversazione in faccia e spengo il telefono, poi mi stendo davvero su un fianco, le spalle alla finestra, luogo in cui idealmente lo ho localizzato, e mi addormento immediatamente, ancora l'odore del mio piacere che riempie la stanza e la fiammella della candela, che danza nell'oscurità.

Il giorno dopo, quando riaccendo il telefono, trovo un suo messaggio:  

"Ieri sera sei stata davvero una stronza. Ed è per questo che ti adoro." 

Questa è stata la prima volta in cui ho vinto una partita, con lui. 



"If you wanna  have a good time
just give me a call"

Don't stop me now
Queen





06/05/13

Tutte le donne del mondo

Ha fatto tempesta oggi, amico mio, e nel giardino, fra le siepi di alloro e gli oleandri, striscia rasente al suolo una nebbia fine, sottile, che nasconde il terreno e ti rende mutilato dei tuoi stessi piedi, neanche tu fossi nulla più di un fantasma che levita nell'aria umida e fredda. 

Respira a fondo, e lascia che scivoli dentro di te, pulita e odorosa di erba fresca, lascia che io scivoli dentro di te, perché oggi faremo un viaggio assieme, un viaggio verso un punto inaccessibile della mia mente contorta. 

Oggi ti mostrerò la mia malattia da un'angolazione che ancora non avevamo affrontato, e quel che vedrai potrebbe farti fuggire lontano, desiderare di spezzare questo gioco, oppure, al contrario, farti scegliere di affondare ancora di più nella nebbia, e lasciare che le concubine della follia ti sfiorino con le loro molte dita lussuriose, fino a farti perdere del tutto il senno ed il controllo. 

Respirami profondamente, fino a far girare la testa, quindi affacciati sull'orlo dell'abisso, perché è esattamente al centro di questo che sto per condurti. 

Se spesso ti ho detto che là, sul suo fondo, giace un mostro, che altro non sono che io, in realtà ben poco ho fatto per mostrartelo, e per farti capire fino a che punto dovresti temere ciò che vedrai. 

E' il momento, amico mio, di svelare questo mistero, quindi siediti comodamente sulla poltrona, versati un dito di whisky o qualcos'altro di forte, se sei un vizioso accenditi una sigaretta, e fissa la nebbia che riveste il terreno avvolgersi su sé stessa fino a formare un vortice che inghiotte la tua attenzione, la tua mente, i tuoi sensi, e precipita verso l'abisso, verso di me. 


...

Sono tutte le donne del mondo... 

Qualcuno potrebbe dire che è un dono, il mio. In realtà non è altro che il sintomo più evidente della schizofrenia, che ho saputo piegare a mio vantaggio. 

"Con te non si corre il rischio di annoiarsi, se si riesce ad avere la pazienza di tenerti dietro." 

Mi disse un giorno un carissimo amico, riferendosi al mio mutare costantemente carattere e pensieri, come se ad ogni scoccar dell'ora apparisse una nuova donna. 

La verità è che in me convivono tutte le donne del mondo, e si alternano, dominando una sull'altra, prendendo il sopravvento, e non sempre tale processo è per me indolore.

Gridano, litigano, si accapigliano, a volte si accordano. 

E' anche per questo che mal sopporto la compagnia femminile, ed amo circondarmi sempre di uomini. Ci vogliono molti uomini, per tenere sotto controllo le tante me, e ci sono così tante donne, in me, che fatico a tollerarne altre che non sia io.

Con il tempo sono riuscita a trarre vantaggio, da tale insania. Dissociata e psicopatica, riesco ad adeguarmi a qualsivoglia situazione, come un camaleonte cambia colore, così io cambio carattere e personalità. Persino interessi. 

No, non è presunzione, amico mio, è la pura realtà. Convivo non con una, non con due, bensì con centinaia di diverse personalità, che s'alternano causando cambi di umore e carattere evidenti. 


"Mi chiamano Legione, perché siamo una moltitudine."
La Bibbia
Marco - 5,9


Sono dotata di una discreta intelligenza, di una discreta cultura, sono in grado di intavolare una conversazione gradevole, so essere divertente, e questa è l'unica costante, l'unica certezza che posso darti, perché il mio carattere, il mio umore, il mio modo di fare e persino il modo di esprimermi cambiano, così come può mutare il vento in una giornata di burrasca. 

Già molte volte ti ho accennato alle mie maschere da clown, ma in realtà sono qualcosa di ben più profondo, così fortemente me che per vedere come sono realmente dovresti strapparmi via la pelle, la carne, scavare le ossa, e solo una volta messo a nudo il cervello, forse solo allora potresti dire di vedermi realmente. 

Tutte le donne del mondo... 
Tranne una. 


Sono tutte le donne del mondo, e mi adeguo, muto, evolvo continuamente, e io stessa non so chi sarò fra un istante. 

Tutte le donne, tranne una. 

L'unica donna che non potrò mai essere è quella che è felice. 

Poiché non potrò mai essere felice se non per un effimero istante destinato a terminare prima ancora di essere consapevolmente riconosciuto, un battere di ciglia e già ciò che desideravo è divenuto inviso, e io sono nuovamente alla disperata ricerca di altro. 

Perennemente insoddisfatta. 

Perennemente alla ricerca di una nuova emozione, di qualcosa che sia più forte, che possa farmi fremere ancora, battere il cuore, tremare. 

Capisci, quant'è radicata la mia follia? E quant'è profondo il vortice che stai osservando, che ruota attorno ai tuoi piedi, attorno alla poltrona su cui sei seduto, che ingoia il mondo intero fino a divenire esso stesso il mondo, il tuo mondo? 


Io lo osservo da sempre, sempre più ammaliata. 

Sto qua, ferma sul bordo e lascio che lambisca i miei piedi nudi, che li carezzi, ed attendo che giunga il momento di compiere quell'ultimo passo. 

Credo anche di avere capito perché ti sto raccontando tutto questo. 

Te lo sto raccontando perché quando mi guardo allo specchio io vedo solo un involucro di pelle, carne ed ossa, e mi servono i tuoi occhi per potermi specchiare e riconoscermi davvero, con ogni mio diverso volto. 

Te lo sto raccontando perché spero che tu, amico mio, sia tutti gli uomini del mondo, sia capace di mutare così come io muto, e sia folle quanto basta da prendermi per mano, e lasciare che io ti trascini con me, sul fondo del baratro, e danzare al ritmo della mia pazzia. 


Cosa riceverai, in premio? 


Tutte le donne del mondo. 



Tranne una. 








Aggiunta dell'ultima ora: 
Ancora non sono soddisfatta, ma così è molto meglio, vero? 


03/05/13

Un mondo al maschile

L'oscurità è scesa a divorare ad uno ad uno ogni colore, ed ora non rimane altro che il nero a dominare questa notte fredda ed umida, perché in questo mondo, dove io sono la Regina incontrastata, non è mai caldo. 

E' sempre freddo quanto basta a permettere alla nebbia di scivolar fuori dalla terra qual fosse un fuoco fatuo, arrampicarsi lungo le tue gambe, salire al tuo volto fino a renderti invisibile il mondo intero. 

Fino a costringerti a non guardare altro che lei.

La Nebbia. 

Che non è altro che me. 

Vapore freddo, impalpabile come gli incubi, plasmato a mia immagine e somiglianza, poiché, ricorda, in questo mondo dIO SONO. 

So che ci sei, e so che hai brancolato nell'oscurità fino a raggiungere la poltrona che ormai è un appuntamento fisso, e ti attende per ingoiarti nel suo avvolgente abbraccio, per farti desiderare di non andartene più. 

Vuoi restare qua, in questo mondo che è solo nostro, dove io mi spoglio per te, e tu mi osservi, da fuori della finestra, oltre la tenda che ogni giorno lascio un po' più aperta, per te. 

...

Visto che questo è il Mio Mondo, e che vigono le mie Regole, ho deciso di aggiungere un terzo fattore, al buio ed alla nebbia. 

Il fuoco. 

Ma non quello amico che scalda, bensì quello distruttivo, che brucia, consuma, fino a ridurre in cenere ogni cosa, fino a non lasciar più nulla. 

(Hai mai notato come, nell'oscurità, le braci morenti, ormai soffocate dalla cenere, paiano le macerie di una città distrutta dalle fiamme?)

Avvicinati alle fiamme di un camino, e dopo pochi istanti ti accorgerai di non poterne sopportare il calore. 

Questo è il fuoco che ho acceso per te, amico mio. 

...

Non so accontentarmi. 

Preferisco il gelo artico, al quieto tepore primaverile. 

Preferisco bruciare in un istante, che vivere in eterno nel limbo dei sentimenti.

Se non posso avere tutto, allora preferisco non avere niente. 

Qualcuno disse che non so amare.

Non gli credere, amico mio. 

La verità è l'esatto opposto. 

Io amo troppo. 

Amo così tanto che mi consumo in un batter di ciglia. 

Ma in quell'unica notte, io ti amo in modo assoluto. 

Fino ad annullare me stessa, per te.

In te. 





Nel mio mondo non c'è spazio per alcuna presenza femminile se non la mia. 

Poi ci siete voi, meravigliosi, splendidi, unici ed affascinanti. 

Universi da scoprire, esplorare, conoscere. 

Ed abbandonare. 

Quando non avete più misteri da celare.  

...

Posso concedermi a te, sconosciuto che vaghi nella nebbia, e imparare a conoscerti senza bisogno che mi racconti nulla della tua vita. Mi basteranno il tuo respiro ed il tuo sguardo. 

Ti conoscerò da come le tue mani scorrono sul mio corpo. 

Da come fremi al tocco delle mie labbra. 

E in quell'istante sarà l'assoluto. 

Se sarai bravo, allora saprai arrivare alla mia mente con pochi, sapienti sussurri, e se saprai arrivare alla mia mente, allora continuerai ad alimentare il fuoco, e potrai avermi ancora, ed io per te inventerò nuovi peccaminosi giochi, perché non c'è nulla di proibito, quando si ricerca il piacere. 

Non possono esistere limiti, quando l'unico imperativo è il selvaggio bisogno di sentirti fremere ad ogni mia carezza, come in preda alla febbre. 

E se sarai davvero molto bravo ad incatenare la mia mente, tessendo una tela di parole, misteri ed enigmi ammalianti, allora tu sarai il mio fuoco, ed io diventerò una falena che non può altro che gettarsi nelle fiamme della dissolutezza, per te.

E quel blasfemo sacrificio muterà l'assoluto in infinito. 

Fino a quando sarai capace di stupirmi. 

Fino a quando saprai farmi ardere di febbre. 

Poi, quando le fiamme si saranno spente, come una fenice rinascerò dalle mie stesse ceneri, nuovamente pulita, nuovamente pronta ad annullarmi in un nuovo incendio. 

Ancora una volta vergine. 

Di te. 








02/05/13

Se fossi musica...

Questa notte, amico mio, voglio parlarti di me in un modo un po' insolito, non con le parole, ma con musica ed immagini. 

La musica ha un ruolo fondamentale, nella mia vita, come nella vita di ognuno di noi. 

E' la colonna sonora di ogni nostro istante, e per assurdo è nostra compagna anche nel silenzio. 

Un poco mi conosci, ormai, sai che io inizio a vivere al tramonto, quando il sole si nasconde dietro la curva dell'orizzonte e le ombre si allungano, fino ad ingoiare ogni colore. 

Ed è in quel momento che svesto i panni diurni, quelli che mi stanno così stretti, di brava bambina, per ritornare ad essere ciò che sono, una creatura notturna, ambigua, amorale. 





"Start wearing purple for me now
All your sanity and wits they will all vanish
I promise, it's just a matter of time."

Start wearing purple
Gogol Bordello


Sono pronta, la notte mi attende, ed io non ho idea di cosa mi aspetterà. 

Ogni notte è un'avventura, seguo l'istinto e lascio che sia l'unica divinità che riconosco, il Caos, a guidarmi. 

Ascolta, amico mio, come le note dei fiati, i tamburi, il piano, i bassi, non uno strumento sia in accordo con l'altro, e come creino un'unica melodia, folle come la mia stessa mente. 





"Vuoi da bere o da mangiare
da ubriacarti o da fumare
tutto quanto puoi comprare
pure 'a luna miezzo 'o mare"

Notte newyorkese
Vinicio Capossela


Sono arrivata. Questa notte non è un club affollato bensì un drink bar, la mia meta. Un ambiente tranquillo, dove potermi rilassare e concedermi un bicchiere di vino, niente liquore del peccato, questa notte, solo relax, e forse uno sconosciuto a tenermi compagnia. 

Vedi, amico mio, ho sempre posto la mia esistenza nelle mani del Caos, o se preferisci del Caso. Avrei anche potuto incontrare qualcuno più pazzo di me. 





"As I kissed her goodbye, I said, 'All beauty must die' 
And lent down and planted a rose between her teeth"

Where the Wild Roses Grow
Kylie Minogue & Nick Cave




Sarei potuta diventare una rosa selvatica, eppure sono ancora qua, ed ancora non è stata servita l'ultima mano.  

Ma il tempo vola, e la notte non è più giovane, ed è tempo che svesta le mie molte maschere e rimanga solo io, con i miei fantasmi, con i miei peccati e le mie colpe, ad attendere che sorga nuovamente il sole. 

Ed è questo l'attimo in cui si svegliano. Tutti assieme... e mi tormentano fino a farmi desiderare di compiere quell'ultimo passo che mi divide dalla follia. 

Ed abbandonarmi all'abisso. 




"All the devils that disturbed me 
and the angels that defeated them somehow
Come together in me now"

Phantom's Theme
Paul Williams


Perchè vedi, amico mio, se sei una creatura maledetta e amorale, che vive nel peccato e nel piacere, che ricerca sistematicamente godimento e dolore come uniche ragioni di vita, allora neanche la morte ti fa paura. 

E l'unica via d'uscita che ti rimane è questo seducente e dannato abisso di pazzia. 

E questo mondo, fatto di oscurità e nebbia, dove io sono l'unica, indiscussa regina.