22/05/13

L'uomo del telefono #7.1

Non ricordo granché del viaggio fino al residence, se non che dallo stereo della sua auto super accessoriata usciva il canto di un angelo. 

"Che bella musica..."

Ride, la sua risata calda, profonda, un po' saccente, la stessa che gli adulti riservano ai bambini quando fanno un commento ingenuo e un po' fuori luogo.

"Non la conosci, bimba? Ma dove hai vissuto fino ad oggi? Che musica ascolti? Non sarai tipo da ascoltare i Pooh o Masini, spero." 

Sento che mi guarda, e io lo ricambio con un'occhiataccia fredda e offesa. 

"Ascolto di tutto: Rock, Hard Rock, Punk, Metal, Dark, poi diversi cantautori, De Andrè, Graziani..." 

Non mi permette di terminare l'elenco, imponendomi il silenzio con un gesto imperativo della mano destra che protende davanti a me, per aprire il cassetto portaoggetti e lasciarmi cadere in grembo la custodia di un triplo cd, con la medesima teatralità di un prestigiatore che estrae il coniglio dal cilindro.

"Non ci siamo. Non può esistere il tutto, al di fuori del Jazz." 

Prendo fra le mani la custodia, una compilation da pochi soldi, di quelle che trovi nei cestoni degli autogrill, e leggo: le Grandi Stelle del Jazz, poi nomi che in qualche modo mi sono più o meno noti, ma più per sentito dire che per altro: Nina Simone, Ella Fitzgerald, Judy Garland (ma non è la bimba idiota del Mago di Oz?), Billie Holiday, e altri, per me del tutto sconosciuti.  

Estrae il cd dal lettore e me lo porge. 

"Tienilo. Impara ad amare la Vera Musica, bimba." 

E da quel momento il Jazz mi è entrato nel sangue, qualsiasi genere di Jazz. E ogni genere di Jazz ha il momento perfetto per essere ascoltato e il giusto stato d'animo da accompagnare. 

Non è il rock, la musica del demonio, i puritani degli anni '50 si sbagliavano, è il Jazz. 

Che ti rapisce i sensi e ti scioglie l'anima.

Che sa farti vibrare di desiderio e passione, e sa persino farti piangere, se serve. 

Scommetto la mia anima, per quel che vale, che i baccanali che si tengono all'inferno sono al ritmo di Jazz. 




Superiamo la cancellata semplicemente mostrando una tessera che certifica la nostra legittima presenza al residence. 

L'auto scorre lungo i vialetti tutti uguali senza incertezze, chiaro segno che Voce Profonda è già andato a vedere qual'è il bungalow che ci è stato riservato, e si ferma accanto al numero trentatre. 

Come entriamo noto subito traccia del suo passaggio. 

Sul tavolo, un po' assetata, una rosa dai petali gialli che sfumano al rosa sui bordi. 

"Ho bisogno di farmi una doccia." 

"Mi sembra un'ottima idea. La cena dovrebbe arrivare a breve, sicuramente quando avrai finito sarà servita. E vedi di non rivestirti. Un telo da bagno sarà sufficiente." 

Mi lascio alle spalle la zona giorno, la camera da letto è grande, pulita, più che dignitosa. 

Altre tracce di lui. 

Una borsa da viaggio. 

Un notebook. 

Sul letto un pacco regalo della dimensione di una scatola da scarpe, e sul comodino una rosa. Gialla pure questa. (Ma che c'ha, la fabbrica delle rose color gelosia, Voce Profonda?) 

Ignoro il tutto e mi infilo direttamente in bagno, ho bisogno di ritrovare le energie, e solamente una doccia bollente può rimettermi al mondo, ora. 


...

Quando riappaio nella zona giorno il piccolo salottino è illuminato da svariate candele, ed il notebook si è trasformato in un lettore mp3 che diffonde le allegre note di uno swing di Benny Goodman.

Sul tavolo due bottiglie di birra da sessantasei centilitri di nota marca baffuta e due cartoni da pizza. 

"E' questo il servizio in camera che aspettavamo con tanta ansia?" 

"Sai, il guaio è che qua non fanno servizio in camera. Ho dovuto ordinare ad una pizzeria da asporto." 

Mentre divoriamo le pizze lui mi indottrina sul jazz, mi fa ascoltare passaggi particolari, mi spiega perché non esista altra musica, secondo lui, ed io mi sento molto un'adolescente che stia cercando di sedurre il proprio insegnante con ben scarsi risultati perché, nonostante io indossi solo un telo da bagno avvolto attorno al corpo, per lui sembrano esistere solo gli ottoni, i bassi, le percussioni e il pianoforte, in questo momento. 





"Ti sei accorta che ti ho preso un regalo?" 

"Ho notato qualcosa, sul letto, ma mamma mi ha sempre detto di non toccare le cose che non mi appartengono." 


"E da quando fai quel che ti viene detto? Su, va ad aprirlo." 

Mi alzo per andare in camera, e lui rapidamente afferra l'orlo dell'asciugamano, impigliandovi le dita e strappandomelo di dosso, per poi guardarmi andare verso la stanza completamente priva di abiti. 

Siedo sul letto e senza troppa delicatezza strappo la carta anonima, color crema, per rimanere attonita ad osservare il contenuto della scatola. 

La sua risata mi racconta che devo avere assunto un'espressione piuttosto stranita, ed in effetti è così che mi sento. 

Davanti a me ho il giocattolo tecnologico più sofisticato che mente perversa possa aver mai partorito, credo, corredato di manuale di istruzioni, indispensabile, visto il numero spropositato di comandi posti alla base dell'attrezzo, per regolare vibrazione, rotazione e spinta, nonché stimolazione clitoridea. 

"Visto che non hai soddisfatto la mia richiesta, ho deciso di regalartelo io, il vibratore, bimba. Non serve che ti dica che è per quando ci sentiremo al telefono, vero?" 

Sto ancora guardando quella "cosa" con sospetto, neanche temessi che possa esplodermi fra le mani, quando le sue si posano sulla mia nuca, mi afferrano i capelli e mi obbligano ad alzare lo sguardo. 

Rendermi conto che quello che ho davanti è il suo sesso e averlo in bocca è tutt'uno, il modo con cui stringe i miei capelli, guida la mia testa, affonda nella mia gola mi comunica che sarà una lunga notte e che io avrò ben poca voce in capitolo, riguardo a quanto accadrà nelle prossime ore, probabilmente. 


...

Mi sveglio sentendo i suoi baci sulla schiena. 

"Non mi stancherei mai di sentirti ansimare e gemere. Potrei stare per sempre qua, a farti godere." 

"Si, ma sei stato così furbo da parlarmi solo di una cena, ed io per domani ho già degli impegni, e ho bisogno di qualche ora di sonno, Voce Profon..."

"Claudio."

"Cosa?"

"Claudio. Mi chiamo Claudio." 

"Si, ok. Dicevo che ho bisogno di dormire qualche ora, è stata una serata bellissima ma ora devo davv..."

"Qual'è il tuo nome?" 

"Laura." 

Mento. Spudoratamente. Gli rifilo il nome della mia compagna di banco delle medie, così, senza neanche pensarci. E' più forte di me. Del resto chi mi conosce dice che sono una stronza mica per nulla. 


...

"Ci divide un'ora scarsa di autostrada. Potresti venire da me il venerdì per cena e ripartire la domenica dopo cena." 

Stiamo andando a recuperare la mia auto, abbandonata sui colli. 

Sulle ginocchia ho il triplo cd interpretato da decine di donne ormai morte e quella specie di space shuttle del sesso, gelly rosa ripieno di perline metalliche, che secondo il manuale di istruzioni vibrano, pulsano e ruotano indipendentemente le une dalle altre, garantendo orgasmi stratosferici (del resto, raggiungere la stratosfera è il minimo che si possa pretendere, da un missile!!!). 

"Si, beh, ci conosciamo appena, direi che è un po' prematuro parlarne adesso." 

"Senti, Laura, fin da quando ho sentito la tua voce la prima volta mi sono accorto che sei un animale di razza, ed ora ne ho la prova. Non ho nessuna intenzione di correre il rischio di perderti. Tu sei mia." 

Mi rendo conto che mi manca profondamente il sostantivo cagna, e che alla luce del sole tutto sembra sostanzialmente sbagliato. 

Ho la netta sensazione di essere finita in un film horror al contrario: donna  emancipata scopre che il mostro con cui è andata a letto in realtà è un ometto ordinario, alla disperata ricerca del banale orrore quotidiano. 

Arrivati alla mia auto mi offro di scortarlo fino all'autostrada, ma mi rassicura dicendo che le indicazioni stradali sono perfette e che si orienta senza difficoltà, e che se ho degli impegni è meglio che mi affretti. 

Gli regalo un bacio sulle labbra, di quelli adolescenziali con lo schiocco, e  la promessa che ne parleremo la sera al telefono, poi salgo in auto e sventolo la mano, mentre già mi sto avviando verso l'uscita del parcheggio. 

Quando arriviamo in pianura il traffico cittadino ci divide, e l'ultima visione che ho di lui sono gli stop che lampeggiano allegramente, in segno di saluto, quando sta per svoltare. 


...

"Posso esserle d'aiuto?"

"Si, grazie. Vorrei una sim ricaricabile." 

Non guardo il commesso brufoloso che mi si è avvicinato, impegnata a lambiccare con il mio cellulare (chissà perché non riesco mai ad aprire il coperchietto!) per estrarre quella che c'è dentro. 

"Vuole fare la migrazione del numero? Abbiamo delle offerte molto interessanti, lei con che gestore opera, attualmente?" 

Alzo lo sguardo verde muschio sul ragazzo, ed il sorriso stereotipato gli muore sul volto, ad incrociare gli iceberg che navigano nei miei occhi. 

"Non voglio fare nessuna migrazione. Voglio un numero nuovo. Se non erro le servono un documento valido e il mio codice fiscale." 

Mentre parlo consegno al ragazzetto i documenti, battendo il piede a terra, ad indicare che ho parecchia fretta. 

Alcune firme sui moduli e mi viene consegnata la schedina nuova fiammante. 

"Per attivarla basta che faccia una chiamata pagante, giusto?" 

Ancora una volta il commesso annuisce, sempre più allibito.

Chiamo immediatamente casa e quando sento rispondere la mia voce, resa meccanica dalla registrazione digitale, mi limito a dire: 

"Sto arrivando." 

Mentre esco dal negozio il commesso mi richiama indietro.

"Signora, la sua vecchia sim." 

La prendo, la stringo fra pollice ed indice e faccio pressione. 

La lamella di plastica si incurva fino al punto di rottura.



Click. 



20/05/13

L'uomo del telefono #7.0

"Ho prenotato un bungalow presso il Residence Città di Bologna a mio nome, bimba, così nessuno ti chiederà niente." 

Non c'è che dire, Voce Profonda è un vero gentiluomo di altri tempi: si preoccupa dell'onore della sua cagna al punto di evitarle la vergogna di doversi presentare alla reception munita di documento di identità, che rivelerebbe all'impiegato che non è la legittima compagna di quell'uomo. 

Mi fa ridere, una simile premura, ma accetto il pensiero, così come accetto la rosa, petali gialli che sfumano ai bordi di rosa, chissà se è voluta la scelta del colore, che mi porge con un'eccessiva riverenza. 

"Sono commossa da una tale dimostrazione di sensibilità, da parte tua, Voce Profonda, ma se non ricordo male si era parlato di una cena, non di un'intera notte. Ma forse la mia memoria non funziona più molto bene." 

Il sarcasmo, come sempre, è la mia armatura migliore, e l'indosso costantemente, specialmente con lui, che ha la capacità di farmi sentire nuda in qualsiasi circostanza. 

E' quasi il tramonto, l'ora dell'aperitivo, e ci siamo appena incontrati in un parcheggio comodo da trovare per chi non è pratico della mia città. 

"E' ancora presto, per la cena, ho ordinato il servizio in camera per le 21,30.  Portami a vedere qualcosa, che Bologna non la conosco quasi. Scegli tu dove andare, è l'unica cosa che lascio alla tua discrezione, per questa notte, bimba, quindi giocatela bene." 

Il solito figlio di puttana. Arrogante e sicuro di sé. 

"Seguimi." 

E con quest'unica parola salgo sulla mia auto e parto. Una strada collinare, stretta, difficile, che conosco molto bene e che affronto con una guida sportiva, per metterlo alla prova. Mi rendo conto che lo perdo ad ogni curva, ma la potenza della sua auto, superiore alla mia, gli fa ritrovare il terreno perso fra un tornante e l'altro senza difficoltà. 

...

Ci sei, amico mio? 

Prima di proseguire nel racconto è necessario che ti faccia una premessa, fondamentale, se non conosci Bologna. 

La mia città si svolge a metà fra la pianura e le colline, e se sai dove andare ci sono punti in cui la puoi ammirare stendersi lasciva ai tuoi piedi. 

In particolare c'è un posto, il Santuario della Madonna di San Luca. Se sei passato in autostrada lo hai visto per forza. E' una gemma posta lassù, a vegliare la città, di notte splende come una stella di rara bellezza, e da qualsiasi parte tu stia arrivando, sia da Firenze, da Milano, da Padova o da Rimini, lo vedi svariati chilometri prima di arrivare all'uscita per Bologna. 

Per me, che ho viaggiato molto in autostrada, è sinonimo di casa. Quando lo vedo so che il viaggio è finito, e mi assale una stretta allo stomaco, nostalgia per il viaggio ormai terminato, e gioia per il ritorno a ciò che mi appartiene in modo assoluto ed intimo, la mia città. 

C'è anche un'altra cosa, che devi sapere, di quel Santuario. Voce di popolo vuole che le coppie non debbano mai recarsi a vedere il panorama da lassù prima del matrimonio, pena la rottura della relazione. 

Da quando ho avuto autonomia negli spostamenti ho sempre fatto in modo di recarmici almeno una volta con ognuno dei miei ragazzi, non sono superstiziosa e non credo a queste cose, ma il panorama che si gode da lassù è veramente stupendo e poi non si sa mai, non costa nulla ed è una possibile assicurazione sulla vita, andarci. 

...

Fermiamo le auto affiancate, proprio sul fondo dell'enorme parcheggio poco oltre il santuario, così da avere un po' di privacy. Se dovesse arrivare qualcuno, abbiamo tutto il tempo che ci serve per accorgerne. Non è ancora completamente buio, e sotto di noi le luci della città s'accendono una a una, e sembra che Bologna ci stia strizzando l'occhio. 

Non faccio a tempo a scendere dall'auto e chiuderla che me lo trovo addosso e dopo pochi attimi la gonna è arrotolata in vita, e gli slip sono ai miei piedi. 

Mi stringe i seni, con forza, mentre preme contro il mio ventre, facendomi sentire un'erezione che, grottescamente, mi fa venire alla mente la scena di un vecchio film e mi strappa una risata ("ma è una pistola, quella che hai in tasca, o sei solo felice di vedermi?") che non sembra apprezzare, perché stacca le mani dai miei seni, e mentre con una mi afferra i capelli, tirandomi il capo all'indietro fino a costringermi a stendermi sul cofano della sua auto, con l'altra si insinua fra le mie cosce, aprendomi con poca delicatezza, per saggiare la mia eccitazione. 

"Sei proprio una cagna, senti come sbrodoli." 

Una constatazione che fa seguire immediatamente dal suono dalla zip dei suoi calzoni che si slaccia, e dal suo uccello che mi entra dentro, con forza, piantandosi fino in fondo. 

"Adesso, bimba, voglio che tu faccia quel giochetto del telefono." 

E' un ordine secco, il suo. E' conficcato dentro di me, ed i suoi occhi sono infissi nei miei. Non si muove, vuole che mi masturbi per lui, proprio come gli avevo raccontato al telefono, e io non voglio altro che compiacerlo, ed essere finalmente la sua cagna, e godere di lui e per lui. 

Il suo sguardo si sposta dai miei occhi alla mia mano, e sorride di quanto sto facendo. Non si muove, ascolta ogni pulsazione della mia vagina, ogni contrazione del mio ventre, fino al mio orgasmo. 

"Sono la tua cagna." 

E' quel che vuole che gli dica quando godo, e lo accontento. Lui annuisce, e per tutta risposta mi sibila: 

"Continua. Voglio sentirti venire ancora." 

Mi piacciono i suoi ordini, mi eccita sentirmi un oggetto nelle sue mani, così continuo a darmi piacere, il suo cazzo, immobile, è piantato completamente nel mio ventre, come una lama che mi squarcia, e ora mi infila in bocca due dita, costringendomi a succhiargliele e morderle, ad esibirmi nel piatto locale più noto e che lui pare particolarmente apprezzare. 

Raggiungo nuovamente l'orgasmo, ma ho la bocca piena, così mugolo solamente qualche parola incomprensibile, che però a lui è chiara perché ancora una volta mi ordina di continuare, e nuovamente ubbidisco senza discutere. 

Il mio clitoride è gonfio e sensibilissimo per il lungo sfregamento, e vengo quasi istantaneamente un'altra volta, e per fargli capire che può bastare tolgo la mano e la porto alle sue labbra, per fargli leccare le mie dita. 

"Non vorrai farmi credere che sei già stanca." 

E' sarcastico. A modo suo me le sta facendo pagare tutte, una per una. Tutte le volte che l'ho eccitato al telefono senza dargli soddisfazione, tutte le volte che gli ho fatto ascoltare il mio piacere, senza permettergli di farmi ascoltare il suo. 

Toglie la mano dalla mia bocca e la porta giù, fra le mie gambe. Stringe il clitoride fra il pollice e l'indice, fino a strapparmi un grido di dolore, poi con delicatezza inizia a carezzarmi lui, senza fermarsi neanche quando sente che sto venendo ancora, e solo quando lo imploro di smettere prende a sbattermi, afferrandomi i fianchi con entrambe le mani, per godere lui, finalmente. 

Si china su di me, ancora stesa sull'auto, e mi da il primo bacio di tutta la serata, poi sussurra al mio orecchio. 

"Non sei in grado di guidare. La tua auto torniamo a prenderla domani. Adesso è ora di andare, che fra poco arriva il servizio in camera." 

Come un vero gentleman mi tende la mano per aiutare a rialzarmi, ho le gambe che tremano e lui mi sorregge cavallerescamente. Faccio per chinarmi a raccogliere i miei slip ma lui mi trascina verso la sua macchina. 

"Quelli non ti servono." 

Sento il calore del suo sperma che mi cola lungo le cosce e mi sento in balia di quell'uomo, stranamente succube dei suoi voleri, eppure, per una volta, è piacevole anche lasciarsi andare, e lasciare che sia un altro a dirigere il gioco. 

Per una volta.






"Quei due sapevano a memoria dove volevano arrivare."
Paolo Conte

19/05/13

Etica amorale

Questa notte, amico mio, desidero fortemente il tuo sguardo su di me, e per questo ho lasciato un po' più aperta la tenda, così che tu possa vedermi ancor meglio di quanto non riesca normalmente.

Ci sei?

Sei comodo, nella poltrona che lascio pronta per te, giusto dietro l'oleandro? Mi stai spiando? 

Il tuo sguardo, sulla mia carne nuda, mi fa provare un brivido di piacere perverso, ed ormai sono divenuta schiava di questa sensazione, incatenata dal tuo sguardo, e continuerò a privarmi di parti di me, un pezzo alla volta, solo per poter mantenere i tuoi occhi su di me, per poter essere un po' più tua.

Mi stai seguendo da un po' di tempo, ormai, e dovresti aver chiaro che la mia è una personalità profondamente disturbata, folle. Costantemente alla ricerca di nuovi eccessi da oltrepassare, di nuovi peccati da inventare, di nuove sensazioni da sperimentare. 

Egocentrica e presuntuosa, edonista eppure in un modo incomprensibile  anche masochista, sadica e crudele. 

Sono tutto questo e anche molto di più, e nella mia pazzia non riconosco la morale comune, come non riconosco l'etica comune. 

Non conosco alcun Dio, se non le forze incontrollabili del Caos-Caso, e tali forze non pongono regole, nessuna regola, chi si affida ai loro capricci ha due diverse possibilità. 

Vivere come un animale. Seguire ogni suo impulso, compreso perché no quello di uccidere, oppure creare un decalogo proprio. 

Io, nella mia arroganza, ho scelto la seconda strada, così partorendo quella che io chiamo "etica amorale", ossimoro voluto e fortemente cercato, che simboleggia la stessa dicotomia che squarcia la mia mente. 

Non riconosco la morale comune. 

Un anziano non è meritevole di rispetto perché vecchio, semmai è meritevole per come ha vissuto, per quel che ha fatto. Se era uno stronzo che picchiava la moglie, può avere l'età di Matusalemme, ma non il mio rispetto in ogni caso. 

Il rispetto va conquistato, indipendentemente dall'età, e io lo concedo solo a chi dimostra di meritarlo realmente. 

Affronto i miei errori, sono miei figli quanto i miei successi. 

Pago sempre i miei conti, anche se sempre più salati di quanto dovrebbero essere. 

Non amo mentire, penso che la verità sia molto più forte, sempre. Posso tralasciare dei fatti, a volte è successo, ma sempre riguardanti eventi del passato ed ormai conclusi. E' però vero che la mia follia spesso mi porta a interpretare la realtà attraverso una lente distorcente, per cui, amico mio, la mia verità è appunto questo. Mia. 

Non riconosco i rapporti di parentela, se non quelli più stretti. Abbiamo genitori, abbiamo fratelli. Tutti gli altri sono incidenti di percorso e per loro vale quanto detto per gli anziani. Il rispetto non è mai dovuto. 

Non credo alla monogamia, ma non tradisco, per cui evito di legarmi. 

Se qualcuno riesce a convincermi ad intraprendere un rapporto "in esclusiva" allora può essere sicuro che non sarà mai tradito, perché sarebbe violare il rispetto che provo per lui, tradirlo. 

Se compio lo sforzo di rimanere fedele ad un uomo, mi aspetto da parte sua che comprenda ed apprezzi il mio sacrificio, così profondamente da non tradirmi a sua volta. Se lo fa e lo scopro la punizione non può che essere una. 

Perdermi. Per sempre. Non esiste perdono, per chi mi manca di rispetto. 

Inoltre io non sono capace di perdonare. Sono uterina e rancorosa. 

In ogni caso, il rispetto è fondamentale, sia in un rapporto di sesso, sia di coppia, sia di amicizia. Se viene meno il rispetto, allora non esiste più ragione di frequentarsi.

Per contro, cerco di rimanere single il più a lungo possibile, così da potere essere libera di appartenermi ed appartenerti, quando io lo voglio e quando tu lo vuoi.

Non mi importa se sei sposato, fidanzato, convivente o altro. 

Io non conosco la tua partner, non le devo rispetto e lei non ne deve a me. 

Sei tu che sei in fallo, nei suoi confronti, se mi scopi. Sono solo cazzi tuoi. 

E suoi, ovviamente, se ti scopre. 

Io me ne frego. 

In un rapporto, di qualsiasi genere, do più di quanto mi aspetti di ricevere, ma se non ricevo nulla, allora non c'è rapporto. 

So cancellarti con la rapidità di un batter di ciglia. Nel momento in cui mi accorgo che non mi meriti, tu cessi di esistere. 

E' come un omicidio. Ma molto più soddisfacente. 

Le conoscenze comuni vengono a dirmi che vorresti incontrarmi, le tue mail, i tuoi sms, tutto mi dice che vorresti chiarire. Che soffri. 

Ed ancora una volta, io me ne frego.

Perché c'è una cosa che devi sapere, amico mio. 

La terra ruota attorno al sole, ed è solo un pianetucolo minuscolo in un sistema periferico di una galassia dispersa in un universo immenso. 

Ma l'intero universo ruota attorno a me. 

E se mi perdi, amico mio, se sarai così stupido da far sì che io ti cancelli, allora chi ci avrà rimesso, fra noi due, non sarò sicuramente io. 






17/05/13

Una partita a dadi

Piove, e anche se siamo ormai a metà maggio l'aria che entra dalla finestra aperta è fredda e mi fa accapponare la pelle. 

Sento le gocce d'acqua cadere sulle foglie d'alloro della siepe, e le fronde dell'oleandro ondeggiano, creando ombre appena intuite nell'oscurità. 

So che ci sei, là fuori, anche se l'acqua gelida ti ha incollato la camicia alla schiena, e se brividi gelidi ti afferrano i muscoli, fino a farti tremare. 

Lo so, perché sento il tuo sguardo su di me, amico mio, sento il brivido di calore insano che saperti là fuori fa nascere nel mio ventre, sento che attendi che strappi via ancora un nuovo pezzo di me, per mostrarmi ancor più oscenamente spoglia di me stessa, ancor più crudelmente priva di difese, nuda, per te. 

...

Vivo ogni attimo come se non ce ne fosse un altro. 

A volte agisco dopo profonde riflessioni, altre seguendo un masochistico istinto d'autodistruzione, altre ancora agisco e basta, senza neanche comprendere appieno le motivazioni che mi spingono, se non quella fondamentale. 

Ogni mio gesto è una sfida. 

Una partita ai dadi. Col destino, con il Caos, con la Morte stessa. 

Che mi sfiora, mi fa l'occhiolino e si allontana senza colpo ferire. 

Perché lei prende solo chi la teme. 

E' questa, amico mio, la ricetta dell'immortalità. 

Non temere la fine. 

Pagare ogni conto, fino all'ultimo centesimo. E io ho sempre pagato a caro prezzo i miei errori, e non ho mai chiesto sconti a nessuno. 

Guardarla negli occhi, quando s'avvicina. 

Se la fuggi, lei ti insegue, se la temi, lei gioca a spaventarti. 

Ma se la guardi dritto negli occhi, se la sfidi a venire a prenderti diventi per lei privo di interesse, e si dimentica di te. 

"Prima o poi ti prenderai una coltellata nella schiena." Ripete spesso la vocina che ama definirsi Coscienza. 

Non ho mai fatto nulla per evitare che accadesse. 

Ho sfiorato pericolosamente l'attimo fatale, e non solo una volta, eppure sono ancora viva.

Ancora qua.  

A raccontarti della mia follia. 

E a stringere i dadi nella mano, pronta a lanciarli per un'altra mano. 

Prima o poi un rimbalzo sbagliato li farà girare a mio sfavore. 

O forse non accadrà mai, e sarò qua per sempre. 

Non cambia molto, tutto sommato. 

La mia anima è dannata in ogni caso. 





Forse sono morto, sicuro sono morto
oppure sono nato e non mi sono accorto.
Adesso posso cominciare veramente
o meglio posso non incominciare niente.
Se io non esisto non esiste nulla
quindi cerco una panchina che mi pare bella
o un ponte, ma è troppo letterario, non mi cerco niente
tanto evidentemente non c'è più mattina,
non c'è più sera, non c'è più riposo, non c'è più lavoro,
non c'è traffico, non c'è denaro,
non c'è più una sveglia per andare, sveglia per tornare,
non ci sono più catene
e non c'è nemmeno l'obbligo di stare bene.

"Il Dado"
Daniele Silvestri


15/05/13

L’amore ai tempi della Nebbia



Sarà la primavera, saranno i molti matrimoni, destinati a naufragare nel giro di una manciata d’anni, a cui sono invitata e a cui non presenzierò, sarà il tasso ormonale che si alza, il disgelo nell’artico, il risveglio dal letargo invernale. Sarà che tutto attorno a me è un continuo parlarne, insomma sarà quel che vuoi, ho deciso di prendere spunto da ciò che fanno tutti e anch’io, amico mio, oggi parlerò d’amore.

Quello che è per me l’amore.

Che non è affatto quel che intendono tutti gli altri.

Catene, contratti, manette. Questo è ciò che viene definito amore, nell’accezione più comune del termine. E questo sentimento, che in realtà è possesso, è destinato a naufragare contro il primo scoglio della vita.

Amore è libertà, è essere capaci persino di lasciare andare, quando è necessario.

Niente è eterno. Niente dura per sempre. Le locuzioni per sempre e mai non esistono, nel mio vocabolario, amico mio. Ci sono solamente ora e adesso.

Siete così meravigliosi, voi uomini. Così speciali, così unici. Come si può scegliere di amare solo uno di voi, e scartare in tal modo tutti gli altri? 

Io non prometto amore eterno, prometto infinito amore per l'attimo in cui mi concedo a te. 

Non è forse questa la perfezione? Un attimo eterno, destinato a rimanere per sempre nei tuoi ricordi, come il più dolce, il più dannato, il più impuro e privo di limiti? 




Il mio amore per te

Sarà lieve come la brezza estiva
Puro come neve montana
Crudele come un bambino che non conosca peccato.

Nascerà al tramonto per morire all’alba,
e non incontrerà mai il sole
così che l’ombra mi dipinga stupenda per te.

Non avrà ieri e non avrà domani,
e il suo tempo sarà solo ora
così che ogni nostro bacio sia il primo e l’ultimo.

Vivrà la notte per morire il giorno,
e non conoscerà mai l’oggi
così che il quotidiano non saprà intaccarlo.

Non avrà per sempre e non avrà mai, 
si consumerà in quest'unica notte,
così che non lasci una promessa spezzata. 

Non avrà passato e non avrà futuro,
il mio amore per te,
e l’unico suo istante sarà adesso.

E adesso, amore mio,
è l'attimo in cui t’appartengo.

Lascerò al tuo sguardo ogni mio segreto
mostrando quei peccati
che già sono tuoi.

Inventerò per te nuovi mondi
dove sarò santa e puttana
e nuovi giochi
per affogare nel tuo piacere.

Sporcami, e salva la mia anima.
Uccidi la noia.
Regalami quella piccola morte
che unica sa farmi vivere.

E al sorgere del sole
ferma il mio respiro,
calpesta il mio cuore,
chiudi i miei occhi.

Al tramonto tornerò ad amare.
Un nuovo amore.
Un nuovo primo bacio.
Un nuovo te.




Ho concesso il mio corpo a molti uomini, ma sono pochi coloro a cui sono realmente appartenuta. 


Fosse anche solo per una notte.

Se sarai bravo, amico mio, se saprai scoparmi la mente, allora io ti darò oltre il corpo anche l’anima ed il cuore, e va da sé che sarà qualcosa di speciale, di unico, di solo tuo.



Almeno fino al sorgere del sole.

O fino a che non giunga la noia.

Saprai essere abbastanza bravo? 


14/05/13

L'uomo del telefono #6.1

Notte.

Sono in un parcheggio e osservo i camion addormentati. 

L'autostrada è silenziosa, a quest'ora, al punto che il fruscio degli alberi, dietro di me, ne copre il rumore. 

Sono appoggiata al cofano della mia auto, per una volta in anticipo. 

Aspetto. 

Quando il telefono vibra fra le mie dita getto a terra la sigaretta ormai finita ed alzo lo sguardo alla luna, unica testimone di quell'attimo, mormorando: "ora vediamo chi è più bravo a giocare" e senza fretta rispondo alla chiamata. 

"Ehy, bimba, c'è qualcosa che non va. Sono al bar dell'autogrill, come d'accordo. Qua c'è un barista brufoloso ed una cassiera che viene importunata da un camionista, che sta cercando di convincerla a passare la notte con lui. E tu dove sei? Non è che sei dall'altro lato, vero?" 

Credo che la mia voce lasci trapelare la soddisfazione che provo, a sentirlo confuso.

"Stai per caso pensando che sia così stupida da essere nel lato dell'autostrada che va verso Firenze, Voce Profonda? Ti meriteresti che me ne torni a casa senza incontrarti, ma siccome questa notte mi sento particolarmente generosa, aspetterò che tu beva il caffè, prenda la macchina, e segua le mie indicazioni. Costeggia il parcheggio dei camion. Devi tenerlo sulla sinistra. C'è una stradina che lo affianca e conduce all'area di rifornimento, sulla destra hai una recinzione, non puoi sbagliare." 

...

Ci sei, amico mio, là fuori a spiare la mia mente? 

Inizi ad essere un po' confuso e a non capire più bene come io sia fatta? 

A volte agisco di puro impulso, in balia di quei venti che mi trascinano come un fuscello, altre invece sono così calcolatrice, attenta ad ogni mossa, come uno scacchista che osserva a lungo la disposizione dei pezzi, prima di agire. 

Conosco bene quell'autogrill. Si potrebbe dire che ci sono passata almeno una volta a settimana, diversi anni prima, quando a notte inoltrata se volevi comprare sigarette o qualcosa da bere, non avevi alternative che andare al Cantagallo. 

Lo conosco così bene che potrei disegnartene una mappa, se volessi, ed è questa la ragione per cui avevo scelto di incontrarci là, anche se forse l'altro, la Pioppa, sarebbe stato più comodo. 

Mi ero preparata all'incontro con estrema cura. 

No, non mi ero vestita da strafiga, come potresti credere. 

Non lo sono. Sono un maschiaccio, fondamentalmente, e non ho l'abitudine di fingermi diversa da ciò che sono le mie infinite personalità, perché sono consapevole che chi cerca di apparire diverso da ciò che è finisce, prima o poi, per rivelare la propria natura e deludere chi ha attorno. 

Io ti mostro subito il peggio, se non ti sta bene, quella è la porta che ti conduce lontano da me. Sei sempre in tempo a prenderla e andartene. Se non lo fai, non potrai mai accusarmi di non essere stata chiara, o di averti ingannato. 

In ogni caso indossavo scarpe da tennis, calzoni neri ed una giacca di taglio maschile, a pelle, nera pure questa. Unica concessione alla vanità, oltre al trucco per evidenziare i miei occhi, unica parte di me che si possa definire davvero bella, un ciondolo d'argento che si adagiava esattamente nella valle fra i seni, giocando a nascondersi nel bordo della giacca. 

...

Sono appoggiata al cofano della mia macchina, ed osservo i camion addormentati. 

Un lampione tinge d'arancio l'intera scena, falsando i colori in modo innaturale e dando ad ogni cosa un aspetto malato, insano. 

All'improvviso i fari di un'auto mi illuminano. 

Ho studiato attentamente anche la posizione in cui fermarmi, proprio nel punto in cui lo stradello di servizio fa una curva, illuminando appieno il parcheggio dei dipendenti dell'autogrill, a quest'ora pressoché deserto, ed io ho parcheggiato proprio al centro di questo, ben visibile. 

Non mi muovo. Aspetto che l'auto si fermi, che spenga i fari, che lui scenda. 

L'osservo avvicinarsi. Ci studiamo l'un l'altra. Ha un aspetto normalissimo, di un qualsiasi uomo che puoi incontrare in qualsiasi locale e neanche notarlo. Ben vestito, ma assolutamente nella norma. 

Se non per gli occhi. Neri, profondi. In cui arde un fuoco selvaggio. 

Scorrono su di me, ma non per valutare se gli piaccio. L'attrazione che proviamo è tale che l'aspetto fisico è qualcosa di assolutamente ininfluente, per entrambi. Risalgono fino ad incatenare i miei. E non lasciarli più. 

"C'è qualcosa che non va, bimba." 

Le stesse parole. Sembra di essere caduti in un telefilm di "ai confini della realtà", come se quella notte, quei gesti, quelle frasi fossero destinate a ripetersi per sempre. 

"Fra me e te io vedo una recinzione. Troppo alta per essere scavalcata. Ed un cancello chiuso con una grossa catena." 

Sorrido. Maliziosamente. E lascio il cofano dell'auto per avvicinarmi a lui, fermandomi distante quanto basta per rendergli impossibile sporgersi oltre le sbarre di ferro e afferrarmi. 

"Già. L'ho notato pure io. Visto che caso?" 

Lo prendo in giro, il mio tono di voce non può lasciargli dubbi. Sono in netto vantaggio, ed è chiaro che, qualsiasi fossero le sue intenzioni, non sarà questa la notte in cui le metterà in pratica. 

"Sei proprio una bambina cattiva e dispettosa." 

"E tu un ragazzaccio troppo arrogante e sicuro di te. Non potevi credere davvero che ti sarei caduta ai piedi solo perché lo hai chiesto." 

Lo provoco ancora, tanto fra me e lui ci sono quelle alte sbarre di ferro, distanti quanto basta per permettere di allungare un braccio, ma non di attraversarle fisicamente. 

Eppure... eppure... nonostante tutti i miei piani l'unica cosa che vorrei ora è attraversarle. Dirgli che scherzavo, che esca da quel cazzo di autostrada al casello di Casalecchio e porre fine al gioco. Perché lui ha ragione, e il desiderio di trasformare in fatti le parole che ci siamo scambiati al telefono è forte. 

Ma non quanto la mia bastardaggine. 

"Anche se fai la stronza te lo leggo negli occhi, cosa vuoi. Ricordi la ragione per cui esisti?" 

Tende la mano oltre le sbarre. 

Ed io gli concedo che lui incontri la mia. 

Mi strattona e ci troviamo premuti uno contro l'altra, divisi da un'inferriata insormontabile, occhi piantati negli occhi. 

Sento sotto la mia mano il suo sesso e sulla pelle del mio viso il suo fiato. 

E la tensione, fra noi, è così alta che potrebbero scaturire fulmini. 

Con la mano libera raggiunge la mia nuca e intreccia le dita ai miei capelli. Stringe, ed io provo un dolce dolore, poi mi preme il volto contro i ferri fino a farmi incontrare le sue labbra. 

E' un bacio rabbioso, quello che mi da, in cui esprime tutta la frustrazione per essere stato preso in giro ancora una volta, e io lo ricambio con un morso al suo labbro inferiore. Stringo rabbiosamente la carne. E lui intanto ride, per poi lasciarmi andare. 

"Non questo, ma il prossimo sabato andiamo a cena assieme. E non voglio altri trucchetti, bimba. E' divertente giocare con te, ma il gioco è bello quando dura poco, poi stanca." 

Sta già arretrando verso l'auto. 

Io invece sono ancora ferma, premuta contro le sbarre della recinzione. 

Sale in macchina. 

Io afferro le sbarre con una forza tale da farmi sbiancare le nocche. 

Se ne va. 

Io rimango a guardare i fanalini di coda dell'auto sparire oltre l'area di rifornimento, per un tempo che pare eterno. 

Solo quando la mezzanotte è ormai passata da un po' mi riscuoto dai pensieri che mi avevano paralizzata. 

Salgo in macchina e mi butto sui colli, la stessa strada stretta di pochi giorni prima, ma in senso contrario. 

Arrivata al tornante con vista sul vuoto mi fermo e scendo. 

La luna piena, alta nel cielo, illumina il profilo dolce delle colline e l'aria, questa notte, è così tersa che si riesce a vedere fino in Toscana. 

E ancora una volta immagino di rialzarmi in volo. E lasciare la dannazione alle mie spalle.